Cultura Empoli

da sabato 8 Novembre 2025 a domenica 15 Febbraio 2026

Provincia Novecento. Arte a Empoli 1925–1960 la mostra negli spazi dell’Antico Ospedale San Giuseppe

Dall’8 novembre 2025 al 15 febbraio 2026, nei rinnovati spazi dell’Antico Ospedale San Giuseppe, apre al pubblico Provincia Novecento. Arte a Empoli 1925 – 1960, un’esposizione promossa dal Comune di Empoli e dalla Fondazione CR Firenze, a cura di Belinda Bitossi, Marco Campigli, Cristina Gelli e David Parri. A distanza di cent’anni, una grande mostra racconta come, in una provincia apparentemente lontana dai centri cittadini, si sia accesa una delle esperienze più originali del Novecento toscano.

La mostra è allestita nell’ala ovest dell’ Antico Ospedale di San Giuseppe, luogo che rappresenta una delle radici storiche e identitarie di Empoli. La costruzione dell’edificio, voluta nel Settecento grazie al lascito del dottor Giuseppe del Papa, è uno degli episodi architettonici più significativi della città. Realizzato nel 1765 sopra una porzione delle mura meridionali, lo “spedale” ha accompagnato per oltre due secoli la vita civile e sociale del territorio, subendo ampliamenti e trasformazioni che ne testimoniano il ruolo centrale nello sviluppo urbano. Dopo la dismissione della funzione sanitaria nel 2008, l’Amministrazione comunale ha avviato un importante progetto di recupero e valorizzazione, restituendo alla collettività un complesso monumentale d i grande pregio, oggi riconvertito a funzioni culturali e di servizio pubblico.

Il sindaco di Empoli Alessio Mantellassi afferma: ” L’Antico Ospedale è un luogo del cuore di tantissimi empolesi, dove sono nate generazioni di empolesi nel corso dei decenni. La notizia della riapertura del complesso attraverso Provincia Novecento è stata accolta con gioia e invito tutte e tutti a fare visita alla mostra nel periodo di apertura. Potrete ritornare, quasi come in un viaggio nel
tempo, a rivivere le atmosfere empolesi di quegli anni tramite l’arte che ci hanno lasciato i nomi illustri come Carmignani, Gemignani, Maestrelli e tutti gli altri, all’interno del rinnovato salone
leopoldino. Dal prossimo anno immaginare di portare nel complesso di questo antico ospedale le opere legate al vetro verde, la Galleria di Arte Moderna, il Museo Paleontologico, Casa Vanghetti
al momento inaccessibile, in un percorso coerente per il bene della città.”

L’assessore alla Cultura Matteo Bensi commenta: “A Empoli, tra la metà degli anni Venti e la fine degli anni Cinquanta, nasce un movimento figurativo che riesce a condividere nuove forme di
rappresentazione del reale e un mondo poetico. La mostra ‘Provincia Novecento’ è una straordinaria lezione di storia per immagini e aiuta a ricomporre l’atlante della memoria collettiva di Empoli e di tanta parte del Novecento italiano”.

“Questa mostra rappresenta un importante lavoro di ricostruzione storica e culturale, cherestituisceluce a un patrimonio spesso dimenticato-affermaBernabò Bocca, Presidente di Fondazione CRFirenze-.ProvinciaNovecentoci invita a riscoprire artisti, opere e contesti che hanno contribuitoa definire l’identità del nostro territorio, restituendo valore e consapevolezza alla memoria collettiva.Come Fondazione crediamo che conoscere e valorizzare il nostro patrimonio sia il primo passo pergenerare nuove forme di partecipazione e per costruire un dialogo sempre più vivo tra le generazionidi ieri e di oggi”.“Dopo un lavoro di ricerca durato quasi due anni, segnato da molte scoperte inaspettate, è conprofonda emozione che annunciamo l’apertura di una grande mostra dedicata alla stagione artisticache, a partire da un secolo fa, vide protagonisti alcuni giovani empolesi.–hanno affermato i curatoriBelinda Bitossi,Marco Campigli,Cristina GellieDavid Parri-Tra il percorso di formazionecanonica presso l’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze e la frequentazione di spazi condivisi,come la ‘stanzina’ divia Tripoli, quei ragazzi dettero vita a un sodalizio caratterizzato da forti legamidi amicizia e da una passione per le arti figurative che il pubblico può ora riconoscere nelle ottosezioni del percorso espositivo.”

In mostra oltre 150 opere, molte delle quali mai esposte prima e provenienti da collezioni pubblichee private, che ripercorrono trentacinque anni di vicende artistiche e umane capaci di proiettare Empoli nel panorama culturale nazionale come “provincia del Novecento”. Le opere, in prevalenza dipinti, rappresentano l’eredità di una generazione di artisti giunti a maturitàtra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta.

Il percorso espositivo prende avvio dalla storiadella “stanzina” di via Tripoli, dove nel 1925 due adolescenti, Mario Maestrelli e Virgilio Carmignani, riunirono un gruppo di giovani appassionati d’arte, dando vita a una comunità creativae a un laboratorio di idee e talenti. La mostra si articola in otto sezioni che seguono l’evoluzione di quella stagione artistica, dalle primeesperienze all’Istituto d’Arte di Porta Romana di Firenze – dove si formarono Carmignani, Maestrelli, Amleto Rossi, Ghino Baragatti, Loris Fucini e Sineo Gemignani – fino alle prove più mature deglianni Cinquanta e Sessanta.Sono esposti anche lavori di Renato Alessandrini, Enzo Faraoni, Piero Sedoni, Pietro Tognetti, GinoTerreni e Gigi Boni. È la storia di una generazione che, tra successi ai Littoriali dell’Arte, alle Biennalidi Venezia e alle Triennali di Milano, attraversò la guerra, la prigionia, la Resistenza e la ricostruzione, continuando a cercare nuovi linguaggi tra realismo, astrazione e sperimentazione figurativa. In questa provincia, all’apparenza quieta, Empoli era in realtà una piccola città operaia e operosa, insieme agricola e borghese, in cui la temperatura artistica fu sorprendentemente alta. Quando i curatori hanno deciso di raccontare questa storia attraverso una mostra, avevano solo un’idea parziale dell’ampiezza e della ricchezza di questo straordinario patrimonio culturale. Provincia Novecento nasce dal desiderio di restituire un legame emotivo e culturale con queste figure del recente passato, riportando alla luce non solo le loro opere ma anche la percezione viva di un mondo condiviso, in cuile storie individuali si intrecciano con la storia collettiva della città. Accanto a dipinti e sculture saranno esposti anche disegni, bozzetti e fotografie d’epoca che ricostruiscono la rete di relazioni traartisti, territorio e società. La mostra è anche un omaggio al lavoro di ricerca della Galleria d’Arte Moderna e della Resistenzadi Empoli, istituita nel 1973 proprio con l’intento di conservare e valorizzare questo patrimonio. Provincia Novecento non si limita alla memoria, ma riportaal presente la forza poetica e civile di una comunità di artisti che seppe fare della provincia un orizzonte di libertà.

In occasione dell‘inaugurazione, venerdì 7 novembre dalle 20.00 alle 22.00 l’ingresso alla mostra sarà libero.

Orari di apertura: Antico Ospedale San Giuseppe, Empoli martedì, mercoledì, giovedì 10:00-18:00 venerdì 10:00-22:00 sabato e domenica 10:00-20:00

Tariffe: Intero mostra: € 12 Ridotto mostra: €8

Periodo: 8 novembre 2025 – 15 febbraio 2026

Per info: https://www.empolimusei.it/provincia-novecento-arte-a-empoli-1925-1960/

BIOGRAFIE ARTISTI
Nello Alessandrini (Empoli,1885-1951)
Nello Alessandrini si formò all’Accademia fiorentina di Belle Arti sotto la guida di Adolfo de Carolis, magià dal secondodecennio del Novecento, quando si datano le prime opere conosciute,frequentemente legatealla rappresentazione di una quotidianità campagnola, mostra un’attenzione per Fattori e per Cézanne nonché la vicinanza a certe soluzioni espressive di Armando Spadinie di Arturo Checchi, coetanei conosciuti in Accademia. Molti dei soggetti di carattere “bucolico”, frequenti a partire dal secondo decennio del Novecento, riportano momenti di vita che il pittore osservava a Pancoli, piccolo borgo agricolosui colli dietro Limitesull’Arno dove aveva una casa. Agli anniventi, quando probabilmente aveva già avviato la sua carriera di insegnante a Empoli, si datano le prime partecipazioni a importanti eventi espositivi,come la Fiorentina primaverile del 1921, con il quadro Il germoglio, la IV Mostra d’Arte Regionale Toscana del 1924e la la Promotrice di Torino del 1924 e del 1927. In questo stesso anno un suo quadro intitolato Profughi, in mostra all’Esposizione Nazionale di Brera, fuacquistato dalla Società di Belle Arti di Milano. L’anno seguente partecipò alla Prima Mostra Circondariale di Empoli dove ottenne una medaglia d’oro e una sua opera fu acquistata dalla regina Margherita, madrina dell’evento. Nel 1929 il dipinto Girovaghi venne considerato tra i migliori del concorso Ussi di Firenze. In quegli anni il professor Alessandrini, nominato preside alle Scuole di avviamento professionale di Empoli, rivestì un ruolo importante per i giovani della sua città dove,nel 1932, gli venne dedicata una personale con 81 dipinti in mostra. Sempre a Empoli espose alla seconda mostra circondariale del 1935 con molti degli ex ragazzi della“stanzina”. Ad attestare un ruolo importante nel contesto cittadino ci fu anche la sua iniziativa di promuovere e organizzare la mostra dei pittori empolesi nel 1946, dopola fine della guerra. Prima del conflitto il pittore aveva continuato a partecipare a molti concorsi ed esposizioni nazionali come la Quadriennale d’Arte di Roma (1935) e ancora al premio Ussi (1939). Nei pochi anni vissuti dopo la Liberazione significativa appare la sua partecipazione al Premio Suzzara, avvenuta nel 1950, lo stesso anno in cui tenne un’importante personale nella prestigiosa ambientazione del Caffè Greco di Roma.
Renato Alessandrini(Empoli, 1919–Firenze, 1991)
Figlio di Nello, che lo avviò alla pittura, Renato si iscrisse nel 1931 all’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze, dove si legò d’amicizia a Enzo Faraoni, di cui condivideval’ammirazione per Rosai, e dove conseguì il diploma del Corso superiore di Arti grafiche nel 1937, anno in cui ottenne il secondo posto ai Littorialidell’Arte svoltisi a Napoli. Due anni dopo, nel 1939, concluse nella stessa scuola il Corso di perfezionamento,in cui consolidò gli insegnamenti di Pietro Parigi e Francesco Chiappelli. Il 1940 fu un anno assai importante nella carriera di Renato, poiché espose alla collettiva che si tenne a Firenze nella Sala d’Arte del quotidiano «La Nazione» e vinse il concorso per un affresco destinato al Salone Centrale della Biennale Internazionale diVenezia. Nello stesso periodo svolse a Fucecchio l’attività di insegnamento che dovette interrompere nel gennaio del 1941, quando venne richiamato sotto le armi e inviato a Pola. In Istria restò fino all’8 settembre del 1943, un periodo in cui continuò a dipingere, partecipando nel 1942 alla Mostra degli artisti italiani inarmi allestita a Roma nel Palazzo delle Esposizioni. Tra il 1944 e il 1949 ritornò alla professione di insegnante a Montelupo, Castiglion Fiorentino e Genova Pegli. Nel 1949 si trasferìa Firenze e riprese la sua attività artistica in uno studio in viale Milton. In questo periodo tornò ad affiancare alla sua attività di pittore anche quella di incisore partecipando a varie mostre di grafica sia sul territorio nazionale (La Spezia, Reggio Emilia,Roma, Venezia) che fuori d’Italia (San Paolo del Brasile, Montevideo, Lubiana, Varsavia, Nancy). Ad attestare indirettamente una ricca produzione di grafica sta la presenza di un torchio artigianale con grande ruota a raggi in vari dipinti che illustrano il suo studio. Il 1956 fu l’anno che segnò l’inizio delle sue personali di pittura tenute in varie città–ad esempio Firenze, Empoli, Venezia, Torino e Lugano–e presentate da importanti critici e intellettuali come Alessandro Parronchi, Mario Luzi, Umberto Baldini e Luciano Berti. Molti i premi e i riconoscimenti ottenuti nella sua carriera tra cui la nomina ad Accademico Ordinario della Classe di Incisione dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze (1962) e della Classe di Pittura della stessa istituzione (1989). Dopo la sua morte altre mostre in regione e fuori, tra cui una all’Académie Libanaise des Beaux – Arts di Beirut (1995), hanno sancito il valore della sua opera.
Ghino Baragatti (Empoli, 1910 – Milano, 1991)
Figlio del ferroviere Fioravante e di Corinna Sabatini, Ghino Baragatti compì una formazione di cui non sappiamo molto. L’alunnato all’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze e la frequentazione della “stanzina” di via Tripoli sono notizie alle quali non è possibile agganciare testimonianze del suo iniziale percorso artistico poiché le prime opere conosciute risalgono alla metà degli anni trenta, quando il pittore si mostrò dotato di uno stile legato alla coeva produzione di Ardengo Soffici. Tali suggestioni erano dovute a contatti ravvicinati con il celebre pittore e critico, di cui Ghino dovette frequentare la casa di Poggio a Caiano. “Il pittore meccanico”, come lo definìGemignani in virtù del fatto che praticava l’officina del fratello Nello, nel 1935 prese parte allaVIII Mostra interprovinciale d’Arte dove fu presente ancora nel 1939 insieme a Piero Sedoni e a Loris Fucini, l’artista empolese che in questi anni sembra essergli il più stilisticamente vicino. Con Fucini, e con il più giovane Renato Alessandrini, Baragatti risultò tra i vincitori nella sezione di affresco della Biennale veneziana del 1940. Nel 1941 – 1942 il pittore si spostò a Sassari dove aveva ottenuto – una docenza all’Istituto d’Arte. La ricostruzione della produzione di questo periodo in Sardegna è difficoltosa poiché molte opere, come lui stesso ricordava, finirono distrutte sotto i bombardamenti. Dal 1942 è a Milano dove, nel maggio del 1944, espose con lo scultore Vincenzo Gasperetti alla Galleria Italiana d’Arte. Nel 1946 si stabilì definitivamente nel capoluogo lombardo, forse favorito in questa decisione dalla presenza del fratello del la moglie Dilva, che gestiva l’Antica trattoria delle Asse. Proprio per i locali di questo ristorante realizzò affreschi, ora perduti, che costituivano la sua prima opera milanese. In questo periodo collaborò spesso con Fucini, anch’egli a Milano dal 1945. Tra il 1948 ed il 1949, eseguì il grande affresco del Teatro Manzoni, opera importante nel suo percorso artistico in una sede indubbiamente prestigiosa dove lavorò anche Achille Funi. Nel foyer di un altro Teatro Manzoni, quello di Monza, nel 1955 dipinse il Corteo della regina Teodolinda. Nonostante la sua vita si svolgesse ormai lontano dalla città natale, Baragatti mantenne legami con Empoli, come attesta la commissione ricevuta per gli affreschi del santuario carmelitano di Capannori, eseguiti nel 1952 a fianco di Carmignani. Dal dopoguerra avviò anche una lunga carriera di insegnante, con docenze all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e presso la Scuola d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, dove fu titolare del Corso di affresco e tecniche murarie.
Luigi Boni (Empoli, 1904 – Castelfiorentino, 1977)
Nato a Cerbaiola presso Empoli da Carlo, professore di Educazione fisica, e Nerina Grassi, Luigi Boni fu una figura decisamente fuori dagli schemi nel panorama artistico empolese. Una notizia fornita a Dilvo Lotti da Virgilio Carmignani, che lo ricordava allievo all’Istituto d’Arte di Porta Romana, non rischiara gli aspetti di una formazione della quale si sa molto poco (altre fonti riportano studi non meglio definiti a Livorno) e complica anzi la ricostruzione di una fase giovanile segnata da una lunga permanenza ad Alessandria d’Egitto. In quella città, dove abitava presso una zia modista, Boni aprì un bar dotato, si narra, della prima macchina da caffè espresso mai vista sulle rive del Nilo. Se effettivamente il trasferimento in Egitto avvenne a 19 anni, quindi nel 1923, come si trova indicato in alcune ricostruzioni biografiche, sembra assai difficile che possa essere stato incontrato da Carmignani a Firenze nel periodo in cui Virgilio frequentò Porta Romana. Si sa comunque che gli esordi di questo singolare personaggio furono all’insegna della caricatura, un genere nel quale iniziò a ottenere un discreto successo proprio ad Alessandria d’Egitto verso il 1932. Nel 1933 si spostò a Chicago, per l’Esposizione Universale e continuò a lavorare come caricaturista. Tra il 1934 e l’anno successivo si stabilì a Parigi, in una casa in Boulevard Sérurier, e iniziò a dipingere, stimolato dal clima culturale all’ombra della Tour Eiffel. Solo nel 1954, alla morte della madre, ritornò a Empoli, pur continuando a mantenere casa e legami nella capitale francese. La sua produzione appare all’epoca già improntata a un astrattismo sempre segnato da una vivace vena sperimentale che lo portò a frequentare varie correnti, dall’informale all’optical art, e a impiegare materiali naturali, semilavorati e artificiali, ad esempio tele sintetiche, come la fiselina, scarti del mare, come gli egagropili e il lavarone, e stuzzicadenti. Dopo il ritorno a Empoli, intervallato da viaggi in Canada, Messico e Giappone, frequentò molto Piero Gambassi, pittore che come lui gravitava attorno alla Galleria Numero di Fiamma Vigo, promotrice dell’arte astratta. Sempre con Gambassi fondò a Empoli, nel 1961, un circolo di arti figurative che avrebbe dovuto porsi come alternativo rispetto a quello di Palazzo Ghibellino, ma si trattò di un’esperienza effimera. Dal 1964 iniziò a soggiornare spesso a Milano lavorando in uno studio di Sesto San Giovanni concessogli da un industriale al quale Boni si impegnava a fornire un quadro al mese. Durante la sua attività artistica, segnata anche da interessanti escursioni nella scultura, soprattutto in metallo, Boni continuò a tentare le vie avventurose dell’imprenditoria, aprendo a Empoli un Night club, il Number 3 di piazza Matteotti. Numerose negli anni sessanta le sue partecipazioni a collettive organizzate da Fiamma Vigo, in varie città come Firenze e Roma (1960), Milano e Venezia (1962) e
alla The Armory Gallery di New York (1963). Nello stesso periodo tenne alcune personali a Roma (Galleria Numero, 1962), alla Galleria Proposte di Firenze (1965) e alla Galleria Sincron di Brescia, dove, nel 1969, espose sculture in lamiera bianca piegata. Nel 1977, poco tempo prima della morte, vide allestire due sue personali, una alla Fondazione Viani di Viareggio, l’altra alla Galleria Il Toro di Empoli. Nel 2006, sempre nella sua città natale, si tenne una retrospettiva allo Spazio d’Arte Sincresis, dove furono esposte opere del pittore appartenenti alla collezione Masetti.

Virgilio Carmignani (Empoli, 1909-1992)
Ultimo di quattro figli di un commerciante di vino, Leandro, e di una casalinga, Giustina Ristori, Virgilio Carmignani compì un primo apprendistato presso Zelindo Maestrelli, noto a Empoli come decoratore, ex allievo e già collaboratore di Galileo Chini. Dal 1924 si iscrisse all’Istituto d’Arte di Porta Romana e dal 1925 dette vita con l’amico Mario Maestrelli al sodalizio della “stanzina”. Concluso il ciclo di studi nel 1932, Virgilio entrò in un periodo difficile, in cui compì il servizio militare (1933-1934), e riconsiderò il suo impegno artistico chiudendo con alcune delle esperienze passate per accostarsi allo stile del Soffici di allora. Anno importante nella carriera del pittore fu il 1935, quando vinse la medaglia d’oro alla Seconda Mostra Circondariale di Empoli per l’affresco con il Dialogo fra massaie di cui oggi rimane solo la parte sinistra nella Galleria d’Arte Moderna della sua città. Gli affreschi dipinti nello stesso anno nella chiesa di Villanuova presso Empoli certificano l’acquisizione di uno stile neo-quattrocentesco in linea con le tendenze del tempo. Sempre al 1935 risale la collaborazione con Gianni Vagnetti, già suo docente a Porta Romana, che lo chiamò come assistente alla cattedra di Figura all’Istituto d’Arte. Iniziò così un’attività di insegnante che riprese dopo la guerra, tra il 1959 e il 1970, all’Istituto d’Arte di Siena.
Il Secondo conflitto mondiale, che lo portò a vivere l’esperienza drammatica della prigionia come internato militare in Polonia e in Germania, impedì a Carmignani la realizzazione di commissioni importanti come gli affreschi della chiesa dei Santi Pietro e Paolo all’EUR, di cui era stato incaricato nel 1941 grazie al Vagnetti. Tra il 1946 e il 1949 lavorò al soffitto della Collegiata di Empoli e successivamente, fino al 1952, su incarico di padre Pietro Polli, suo ex compagno di studi a Porta Romana, eseguì gli affreschi nel santuario del Carmine presso Capannori (Lucca) dove lavorò a fianco di Ghino Baragatti e Otello Chiti. Nello stesso periodo collaborò con Emilio Ambron all’affresco che illustra l’incontro tra Dante e la senese Sapia (Purgatorio, XIII) nella biblioteca dell’Accademia Musicale Chigiana a Siena. Tra il Dopoguerra, quando con Piero Sedoni avviò un’attività di lavorazione di ceramiche, e gli anni sessanta furono numerose le opere di Virgilio per istituzioni laiche e religiose e per privati, e intensa rimase anche la produzione di dipinti di piccolo formato in cui i temi a lui più cari – autoritratti, paesaggi e nature morte – mostrano le evoluzioni stilistiche di una personalità aperta che non riteneva mai esaurita la propria ricerca formale. Tra le varie mostre dedicate alla sua opera, quasi tutte in centri del territorio toscano, ricordiamo l’esposizione del 1988 alla Strozzina di Firenze, sede prestigiosa che coronava il percorso di un maestro ormai nella fase finale della sua lunga attività.

Enzo Faraoni (Santo Stefano Magra, 1920 – Impruneta, 2017)
Dopo la nascita in Liguria, dove il padre ferroviere era stato temporaneamente trasferito, Enzo Faraoni già all’età di un anno si spostò a Montelupo Fiorentino, paese che ebbe sempre una sua importanza nell’universo poetico del pittore. Al 1930 si data l’iscrizione all’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze dove, dal 1932 si recherà partendo da Carmignano, luogo in cui si era stabilito con la famiglia al seguito del padre, che poi gli concederà l’uso di una stanza nell’appartamento sopra la stazione per il suo primo studio. Gli anni di Porta Romana furono fondamentali per la formazione del giovane che, soltanto dopo aver visto, nel 1936, una mostra di Viani a Viareggio insieme all’amico Beppe Serafini, decise di fare il pittore. Alla fine del quarto decennio, con il compagno di scuola e amico Renato Alessandrini, accompagnato dal maestro Pietro Parigi, Enzo andò a far visita a Ottone Rosai. Nonostante la freddezza con cui fu accolto, Rosai fu poi fondamentale nel percorso di Faraoni poiché organizzò con Corrado del Conte la sua prima personale alla galleria fiorentina Il Fiore alla fine del 1942. Frequentatore del gruppo di intellettuali che si ritrovavano al caffé Giubbe Rosse, durante gli anni della guerra, dopo aver conseguito il diploma magistrale a Porta Romana, iniziò anche l’attività di insegnante, prima alle scuole medie di Fucecchio, nella cattedra lasciatagli da Renato Alessandrini, poi in una breve esperienza come assistente di Rosai all’Accademia di Belle Arti a Firenze. Dopo la fine del conflitto, in cui aveva vissuto un’intensa esperienza resistenziale partecipando all’attentato di Poggio alla Malva, Faraoni si trasferì a Firenze, in uno studio in via della Robbia. Questo segnò l’inizio di una nuova lunga fase in cui l’artista tenne numerose personali a Firenze e in Toscana (da ricordare le antologiche presso Pananti nel 1969 e Farsetti a Prato nel 1974) e partecipò a molte edizioni delle biennali veneziane sia come pittore che come incisore e xilografo. Nel 2004 si tenne un’esposizione alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e nel 2013 una mostra di dipinti di Faraoni fu allestita nella sala consiliare del municipio di Impruneta, dove il pittore si era stabilito con la moglie Dianora Marandino nel 1968, e dove morì nel 2017.

Loris Fucini (Empoli, 1911-1981)
Fucini è un altro dei ragazzi della “stanzina” che compì il suo alunnato all’Istituto d’Arte di Porta Romana e, come i suoi sodali, si accostò, nelle opere datate al quarto decennio, alla tradizione figurativa toscana con una predilezione per modelli quattrocenteschi e macchiaioli anche se l’amico Piero Gambassi attesta un’attrazione per i Fauves fin dagli inizi del suo percorso di studi. All’età di 17 anni partecipa alla Prima mostra circondariale d’Arte della città di Empoli del 1928 con un dipinto, non rintracciato, che aveva come soggetto la chiesa di San Martino a Pontorme. Ricordato anche come abile caricaturista per giornali locali, nel 1939, con gli empolesi Maestrelli, Carmignani e Mazzoni espose alla Mostra d’Arte di San Miniato, mentre l’anno successivo, con Renato Alessandrini e Ghino Baragatti, risultò tra i vincitori del concorso per l’affresco alla XXII Biennale di Venezia. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale espose alla Triennale di Milano (1942), città dove iniziò a intrecciare rapporti che lo portarono a stabilirsi lì dal 1945. Nel capoluogo lombardo collaborò con il concittadino Ghino Baragatti e prese a occuparsi anche di arti applicate. Nel dopoguerra, tra le attività a Milano e soggiorni nella località trentina di Castello Tesino, si mostrò sensibile alle novità allora circolanti mostrando un avvicinamento all’astrattismo in dipinti in cui si rileva un progressivo indebolimento della componente figurativa a fronte di un’attenzione sempre maggiore al cromatismo. Questi dati di stile hanno portato il critico tedesco Will Grohmann ad avvicinare le sue campiture intense e squillanti alle opere di Klee, Kandinsky, Macke e Marc. Nella produzione di Fucini in cui appare più decisa la svolta verso l’astrattismo, tra la fine degli anni cinquanta e il decennio successivo, si nota tuttavia un processo inventivo che muove sempre da una forma determinata e riconoscibile attorno alla quale si sviluppa la composizione
astratta. In quello stesso periodo, sicuramente prima del 1963, il pittore tornò a vivere a Empoli e le fonti attestano a quegli anni un’attività di insegnamento all’Istituto statale d’Arte di Pisa. Sempre nel 1963 lo troviamo tra gli artisti presenti alla mostra dedicata al treno S.G. 4917 con una natura morta a olio del 1935. Numerose sono state le partecipazioni di Fucini a importanti manifestazioni, tra le quali ricordiamo ancora la Biennale di Venezia del 1948 e la Permanente di Belle Arti di Milano nel 1953 e 1955. Numerosi anche i riconoscimenti ottenuti in esposizioni a Milano, Trento, Rovereto e in varie città della Toscana tra cui, ovviamente, Empoli. Fu collega di Fagioli a Porta Romana.

Piero Gambassi (Empoli, 1912-2001)
A differenza degli amici empolesi, tutti indirizzati fin da ragazzi alle arti figurative, Gambassi si era orientato a studi umanistici, iscrivendosi alla facoltà di Filosofia dell’Università di Firenze. Ben presto prevalse tuttavia la passione per la pittura e, a partire dai primi anni quaranta, iniziò a frequentare l’ambiente fiorentino dove seguì i corsi di Storia dell’arte dell’Università con Giulia Sinibaldi e le lezioni dell’Accademia di Belle Arti. Condivise il suo primo studio con l’amico Enzo Faraoni in via della Robbia, negli anni dal 1944 al 1947. Si spostò in seguito nello studio di via Cavour 42. A Firenze entrò in contatto con l’ambiente di letterati e intellettuali che si riunivano nelle sale sopra il Cinema Gambrinus e realizzò opere figurative in linea con le esperienze dei “Pittori moderni della realtà”. In seguito alla frequentazione di Fiamma Vigo, intorno alla quale si riuniva un gruppo di artisti e nasceva un vivace confronto sulle avanguardie, Gambassi dipinse i suoi primi quadri astratti che datano al 1947. Nel maggio del 1949 fondò la rivista «Base» che uscì in 3 numeri, la redazione del primo dei quali fu ospitata in via degli Artisti presso lo studio della Vigo. Motto della rivista era: «Tutto è numero». La Vigo contribuì alla prima uscita con uno scritto teorico sull’armonia, ma poi lasciò la redazione per fondare «Numero», un nuovo giornale che uscirà a novembre del 1949 collegato all’omonima Galleria Numero, avamposto dell’arte astratta e informale a Firenze dove furono poi organizzate due mostre di dipinti e ceramiche di Gambassi, nel 1953 e nel 1956. Tra i suoi lavori pubblici si ricorda il grande affresco con La Crocifissione realizzato tra il 1953 e il 1955 nell’abside della chiesa del Turbone di Montelupo Fiorentino. Nel maggio del 1959 firmò il Manifesto tecnico sull’Energia Plastica nel quale proponeva un’arte in divenire sotto forma di energia. Nel 1961, con Gigi Boni, decise di fondare a Empoli un circolo di arti figurative orientato alla promozione dell’astrattismo e quindi alternativo rispetto a quello di Palazzo Ghibellino, ma questa esperienza si esaurì in breve.

Sineo Gemignani (Livorno, 1917 – Empoli, 1973)
Dopo la prima infanzia trascorsa a Livorno, agli inizi degli anni venti Sineo seguì il padre Pietro e la madre, Ida Giustarini, nei luoghi di origine della famiglia, stabilendosi prima presso Vinci, quindi a Empoli. Nel 1929, quando iniziò a frequentare l’Istituto d’Arte di Porta Romana, si legò al sodalizio della “stanzina” dove venne introdotto da Virgilio Carmignani, sotto la cui tutela andava approfondendo le lezioni che apprendeva nella scuola fiorentina. L’alunnato a Porta Romana si concluse nel 1938, anno in cui il giovane pittore ottenne la commissione per gli affreschi al Sacrario dei caduti nella Casa della GIL, incarico prestigioso favorito anche dai successi ottenuti ai Littoriali di Napoli del 1937, dove Sineo aveva ricevuto un riconoscimento importante per Ammassi granai. Nel 1939 partecipò alla Terza Mostra Circondariale di Empoli. Lo scoppio della guerra portò il militare Gemignani sul fronte dei Balcani dove rimase dal 1942 all’8 settembre del 1943. Rientrato fortunosamente in Italia Sineo scelse la Resistenza partecipando alla liberazione di Firenze nell’agosto del 1944. Agli inizi del 1945 fu tra i volontari arruolatisi per andare a combattere nel nord della penisola nell’ultima fase del conflitto. Nel Dopoguerra lavorò con Carmignani al rifacimento del soffitto della Collegiata di Empoli. In coincidenza con alcuni brevi soggiorni a Milano tra il 1947 e il 1949, si accostò alle novità delle avanguardie, poi superate con una virata verso il Realismo sociale. Negli anni cinquanta ottenne numerosi incarichi di carattere pubblico, tra cui gli affreschi del fregio per la Borsa Merci di Firenze, un cantiere dove lavorava anche Renzo Grazzini. Nello stesso periodo partecipò a varie esposizioni collettive dove ottenne importanti riconoscimenti e vide allestire le sue prime personali come quella alla FLOG di Firenze (1953), alla Galleria La Colonna di Milano (1954) e alla Casa della Cultura di Livorno (1956). Nel 1959 una sua personale si tenne alla Galleria Ror Volmar di Parigi. Contemporaneamente svolse l’attività di insegnante all’Istituto d’Arte di Firenze (1958-60), quindi a Siena (1960-64) e infine a Pisa, fino al 1973. Nel 1974, al Palazzo delle Esposizioni di Empoli si tenne una prima retrospettiva. Nel 1995, sempre a Empoli, venne allestita un’importante ricognizione sul pittore presso il convento degli Agostiniani. La sua opera fu caratterizzata anche da una varia attività nel campo delle arti decorative e industriali, con la creazione di vetrate, pannelli, arredi e complementi di arredo.

Mario Maestrelli (Empoli, 1910-1944)
Mario Maestrelli nacque a Fontanella, frazione del comune di Empoli, ultimo dei quattro figli, tre maschi e una femmina, di Ettore, muratore a capo di una piccola impresa edile. Quando ebbe l’età di tre anni il padre portò la famiglia a vivere a Empoli, nella casa in via Tripoli, con orto e la piccola rimessa che diventerà poi la “stanzina”. La passione per l’arte gli venne forse trasmessa dal fratello maggiore Egidio, muratore come il padre e pittore per diletto, mentre l’altro fratello, Azzo, prendeva lezioni dal violinista Fanfulla Lari. Già nel 1922 Mario chiese al padre uno spazio per dipingere e gli venne concesso l’uso della cantina di casa dove iniziò a ritrovarsi con l’amico Virgilio Carmignani. Nel 1925, quando abbandonarono la cantina per la “stanzina”, Mario si iscrisse al Corso Operaio dell’Istituto d’Arte di Porta Romana dove fece conoscenza con il pittore pratese Arrigo del Rigo. Conseguito il diploma nel 1929, riprese a fare il muratore a tempo pieno
nella ditta del padre, coltivando, nei momenti di tempo libero che gli lasciava il mestiere, la sua attività artistica per la quale aveva avuto un primo importante riconoscimento con la partecipazione alla Mostra Circondariale di Empoli nel 1928. In quello stesso periodo si appassionò alla musica e iniziò a frequentare i concerti del Teatro Comunale di Firenze. Temperamento malinconico, avviò ben presto una ricerca espressiva personale segnata da un forte sperimentalismo di tecniche scultoree e pittoriche e dall’uso dei supporti più vari. Nel 1935 partecipò alla Seconda Mostra Circondariale di Empoli con alcuni autoritratti che ebbero l’apprezzamento di Soffici e Vagnetti. Ancora autoritratti, un genere da lui particolarmente frequentato nel quarto decennio, propose all’attenzione del pubblico nella mostra sanminiatese del 1939 e alla Terza Mostra Circondariale di Empoli dello stesso anno. In questo periodo i rapporti con il gruppo della “stanzina” si erano ormai allentati e continuarono a diradarsi negli anni della guerra quando Mario, per evitare il servizio militare, finse squilibri psichici che gli comportarono periodi di osservazione all’Ospedale militare di Firenze. In questa fase intrecciò rapporti con il più giovane Enzo Faraoni che, nel Dopoguerra, dopo la tragica morte del pittore, diventerà testimone del suo singolare percorso artistico. Sempre agli anni dopo la Liberazione risale l’inizio della discontinua fortuna critica di Maestrelli con l’attenzione che gli riservò Alessandro Parronchi, poi organizzatore di una retrospettiva alla Strozzina di Firenze nel 1951.

Amleto Rossi (Empoli, 1911-1969)
Originario della frazione di Marcignana presso Empoli, Amleto Rossi fu un altro dei ragazzi che compì il suo fondamentale alunnato all’Istituto d’Arte di Porta Romana, dove si diplomò alla metà degli anni trenta (vi sono incertezze se l’anno sia stato il 1934 o il 1936). Al 1935 risale la sua opera forse più famosa, Il volo del ciuco, affresco su tavola che illustra un momento della nota festa cittadina del Corpus Domini. Nel 1939, anno in cui partecipò alla Mostra d’Arte di San Miniato, Rossi collaborò come illustratore al numero unico del foglio umoristico empolese «Il Corriere della Metropoli!» con una vignetta sulla burla dei “ricci in balla” diBrusciana. A questa data aveva già iniziato l’attività di insegnante che sospese tra il 1941 e il 1945 quando gli eventi della guerra, che affrontò inquadrato nei ranghi dell’esercito, lo portarono a Torino dove fu impiegato in FIAT come disegnatore. Dopo la fine del conflitto lo ritroviamo nella sua città, alla mostra dei pittori
empolesi organizzata nel 1946 da Nello Alessandrini. Nei primi anni cinquanta, decennio aperto da una personale alla Strozzina di Firenze, riprese l’insegnamento presso le scuole di avviamento professionale diEmpoli che manterrà poi anche alla Scuola Media Busoni della stessa città dopo una parentesi di docenza a Civita di Bagnoregio. Nel paese in provincia di Viterbo, cui dedicherà nel 1965 una mostra allestita a Empoli, si era legato d’amicizia allo scrittore Bonaventura Tecchi. Varie furono le partecipazioni a esposizioni collettive anche fuori regione, ad esempio alla Galleria La Colonna di Milano (1955), mentre in Toscana conseguì riconoscimenti come il primo premio alle mostre di pittura di Montopoli e Livorno (entrambe del 1962) e alla Galleria Il chiostro di Siena (1966). Sempre a Siena, nel 1968, ottenne la medaglia d’oro alla Prima mostra nazionale città d’Italia con un dipinto sull’alluvione in Val d’Elsa del 1966. Le personali di Viareggio (1952 e 1953) e di Empoli – nel 1959 nella Sala Maggiore del Consiglio comunale e nel 1967 al Palazzo Ghibellino – attestano una prolifica attività che ha avuto l’ultima importante ricognizione nella retrospettiva del 2012 curata dalla figlia Vanna per il Circolo Amatori Arti Figurative di Empoli.

Piero Ubaldo Sedoni (Empoli, 1908-1985)
Piero Sedoni dovette avvicinarsi alla pittura e alla scultura grazie alla madre Clara, figlia di un mercante d’arte, mentre il padre Antonio svolgeva la professione di perito agrario. Dopo gli studi a Empoli, presso l’Istituto Calasanzio dei Padri Scolopi dove conobbe Virgilio Carmignani, Sedoni si iscrisse al Liceo Artistico di Firenze, compiendo un percorso di formazione diverso da quello dei suoi coetanei della “stanzina” che comunque frequentava assiduamente. Appassionato di lirica, i figli lo ricordano cantare arie d’opera con voce baritonale, si dedicò anche con successo alla scenografia teatrale per la compagnia Tommaso Salvini di Empoli, per la quale curò gli scenari del Lucifero di Enrico Annibale Butti al Teatro Argentina di Roma nel 1935. Positiva fu l’accoglienza, da parte della critica, delle scenografie create nel 1938 per una rappresentazione de L’urlo, commedia in tre atti di Alessandro De Stefani e Ferruccio Cerio. Durante la guerra fu impegnato in
Libia, da cui rientrò nel 1942 per la morte della madre. A questo stesso anno si data la testa della donna scolpita per la sua sepoltura nella cappella Brogi-Chambry del cimitero della Misericordia a Empoli. La produzione artistica di Sedoni fu accompagnata per molto tempo dall’attività di insegnante, prima alle scuole di avviamento professionale e poi alle scuole medie Renato Fucini della sua città. Nel Dopoguerra affiancò all’insegnamento l’attività di ceramista, avviando un’attività con Virgilio Carmignani, e collaborò frequentemente con ditte di arredamento di Empoli. Anche se la produzione pittorica resta la più cospicua, con una particolare predilezione per l’uso dell’acquerello, Sedoni continuò a dedicarsi alla scultura lasciando opere come il busto in bronzo di Alessandro Paoli oggi conservato nei locali dell’omonima scuola di Signa e lo stemma in ceramica sulla facciata delle confezioni Brooklyn di Empoli. Durante la sua attività strinse rapporti
di amicizia con artisti quali Pietro Annigoni, Gastone Breddo e Oscar Gallo. Già presente, prima della guerra, alla Seconda Mostra Circondariale tenuta a Empoli nel 1935, l’artista partecipò alla mostra del 1946 organizzata da Nello Alessandrini per i pittori della città. Una sua personale venne allestita nel 1961 nei locali del Circolo Amatori Arti Figurative mentre, fuori di Toscana, sono da ricordare l’esposizione del 1955 alla Galleria Bergamini di Milano – con gli amici Loris Fucini, Pietro Tognetti, Virgilio Carmignani e lo scultore Antonio Romagnoli – e la personale di Roma, Palazzo delle Esposizioni, nel 1964.

Gino Terreni (Empoli, 1925-2015)
Ultimo di cinque figli di Giuseppe e di Maria Mazzantini, abitanti a Tartagliana, pugno di case in Val d’Orme presso Empoli, Gino Terreni mostrò un precoce talento artistico, poi irrobustito dagli insegnamenti di Nello Alessandrini e dal successivo alunnato all’Istituto d’Arte di Porta Romana. Il suo percorso di formazione fu però interrotto dagli eventi bellici e dopo l’8 settembre del 1943, appena diciottenne, rifiutò di presentarsi all’ufficio di leva della Repubblica Sociale e si unì al 3° raggruppamento Carlo Rosselli operante a stretto contatto con la Brigata Garibaldi Arno. Durante questo periodo alla macchia le fonti ricordano un imprevisto ma “simbolico” incontro con Giorgio de Chirico, sfollato in un casolare nella campagna tra Empoli e Montespertoli. Conclusa l’esperienza partigiana l’impegno contro il nazifascismo di “Ricciolo”, questo il suo nome di battaglia, proseguì e, dopo la liberazione di Empoli, si arruolò nei volontari della libertà inquadrati
nel nuovo esercito italiano, combattendo in nord Italia, prima nella Divisione fanteria Legnano poi tra gli assaltatori del Col Moschin. Nella primavera del 1945, catturato durante un’incursione sulla Linea Gotica, riuscì fortunosamente a salvarsi da un plotone di esecuzione tedesco. Dopo la fine della guerra, che compare come ricordo indelebile in un consistente segmento della sua produzione artistica di più forte segno espressionista, Terreni riprese gli studi all’Istituto d’Arte, dove Francesco Chiappelli e Pietro Parigi rafforzarono in lui la grande passione per la xilografia che aveva coltivato fin da giovanissimo. Nel 1946 si trasferì a Firenze, in un piccolo studio in Borgo San Jacopo e, per mantenersi agli studi, insegnava tango e valzer esibendosi nei locali notturni della città. Conseguito il diploma magistrale nel 1948, Terreni ottenne l’abilitazione all’insegnamento che, dopo esperienze di docenza a Larciano e Montaione, lo portò per due anni (1951-1953) a Portoferraio, presso il Liceo Raffaello Foresi. Lasciata l’Isola d’Elba ritornò a Empoli dove insegnò fino alla pensione. Nel 1984 venne nominato Combattente per la Libertà dal Presidente della
Repubblica, Sandro Pertini e, nel 1999, Cavaliere della Repubblica Italiana per meriti artistici e civici da Carlo Azeglio Ciampi. Fondatore con Carmignani della Galleria d’Arte Moderna e della Resistenza di Empoli, Terreni legò la sua vicenda artistica a vari luoghi di Toscana, tenendo studi anche a Colle Val d’Elsa, Castelfiorentino e a San Martino alla Palma presso Scandicci. Nella sua lunga attività, caratterizzata dalla pratica di tecniche varie, pittura, scultura, incisione, mosaico e vetrate per una produzione veramente sterminata, partecipò a molte collettive in Italia e nel mondo. Alla fine degli anni cinquanta, respinto un corteggiamento di Walt Disney, che lo avrebbe voluto nel suo staff di disegnatori, fu invitato da Picasso a partecipare a una mostra al Musée Jacquemart-André di Parigi, finalizzata alla raccolta di fondi per le vittime della tragedia del Fréjus (1959). La sua prima personale l’aveva già tenuta a Piombino, al Fondo Anichini, nel 1955. Numerosi sono i riconoscimenti che la sua arte si è aggiudicata, tra cui preme ricordare la vittoria nel Primo Premio Nazionale della Resistenza a San Donato Milanese con la xilografia Il pianto delle madri (1963). Cospicua la produzione di opere per spazi pubblici e per chiese come il ciclo di affreschi nella basilica di Santa Dorotea a Roma e il grande ciclo a mosaico per il santuario di San Gerardo Materdomini ad Avellino. Nel 2008 si è tenuta una mostra omaggio al Terreni in Palazzo Cerretani a Firenze, patrocinata dalla Regione Toscana; nel 2012 e 2014 l’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze ha organizzato due grandi esposizioni per onorare il vecchio maestro che dal 1970 era membro della celebre istituzione fiorentina.

Pietro Tognetti (San Miniato, 1912 – Empoli, 2003)
Non molte sono le informazioni sui primi anni di vita dell’artista. Da memorie di Sineo Gemignani, che ricorda il “ferrigno” Tognetti impegnato in esercitazioni giovanili dall’Aurora di Guido Reni, possiamo annoverare il pittore tra i più assidui frequentatori della “stanzina”, per quello che possiamo ritenere una sorta di apprendistato durante il quale, dipingendo con i coetanei e i più grandi Virgilio Carmignani e Mario Maestrelli, consolidava una prima formazione svolta prevalentemente da autodidatta. Fin da giovane aveva infatti iniziato il mestiere di ceramista in una ditta di Montelupo Fiorentino e la passione per la pittura era relegata ai momenti liberi che il lavoro gli lasciava. Nella prima fase della sua produzione, scarsamente documentata, la predilezione per i dipinti con paesaggi tipicamente toscani gli procurò la definizione di “pittore delle coloniche”. Dal buio di notizie relative agli anni della guerra, Tognetti riemerge con la partecipazione
alla mostra dei pittori empolesi organizzata da Nello Alessandrini nel 1946. Intanto, nel 1945, anno in cui si data il Paesaggio con case della GAMR di Empoli, era divenuto direttore della ditta di ceramica Firenzuoli di Sovigliana, per poi passare alle Ceramiche Victoria di Empoli, incarico cui assolverà fino al 1964. Sciolto il sodalizio con il socio Rolando Fulignati, nel 1965 decise di dedicarsi esclusivamente alla pittura e tenne una prima esposizione personale a Empoli. A questa data risulta ormai dimenticato il linguaggio lirico che aveva caratterizzato i suoi inizi e la ricerca di Tognetti, arricchita da una lunga esperienza nella modellazione fittile e nel design, mostra una linea espressiva che, attraverso nature morte immerse in atmosfere metafisiche, conduce a un solido astrattismo geometrico. Successivamente, negli anni settanta, la serie di dipinti definita Spine denota un indirizzo ancora diverso nella produzione astratta del pittore che, nell’ultima fase della sua
lunga vita, ovvero negli anni novanta, ritornerà al figurativo con i paesaggi della campagna empolese caratteristici della sua prima attività pittorica. Tra le esposizioni a cui ha partecipato si ricorda il Premio Pontedera nel 1950 e una collettiva con Loris Fucini, Piero Sedoni, Virgilio Carmignani e lo scultore Antonio Romagnoli alla Galleria Bergamini di Milano nel 1955. Nel 1956 tenne la sua prima personale a Empoli, nella sede della Filodrammatica Pacini in via del Giglio. Nel 1968 e 1970 espose alla Galleria Palazzo Vecchio di Firenze mentre l’anno successivo alla Galleria Il Pozzo di Città di Castello. Un’importante retrospettiva dell’artista, patrocinata dal Comune di Empoli, si è tenuta nell’aprile del 2022 in varie sedi della città come il Cenacolo degli Agostiniani, il Circolo Amatori Arti Figurative e alcuni negozi del centro storico. L’esposizione, dal titolo Pietro Tognetti – Passione astratta: il segno del colore, è stata poi spostata, nell’agosto dello stesso anno, a Pietrasanta presso la Galleria Spazio Dinamico Arte.

Cafiero Tuti (Empoli, 1907 – Ravenna, 1958)
Il nome infrequente del pittore, se ispirato al pensatore Carlo Cafiero, potrebbe suggerire la vicinanza del padre all’anarchismo, orientamento politico piuttosto diffuso nel mondo operaio empolese di inizio Novecento dove si muoveva il maestro vetraio Dante Tuti. Sulla scorta di questa ipotesi possiamo forse comprendere in modo più chiaro la successiva vicinanza di Cafiero alla corrente di sinistra, antiborghese e movimentista del fascismo, come attesta la collaborazione tra il 1928 e il 1931 alla rivista «Il Selvaggio» di Mino Maccari e in seguito a «L’Universale» di Berto Ricci. Studente all’Istituto d’Arte di Porta Romana dal 1923, il primo tra i futuri ragazzi della “stanzina”, conseguì il diploma di Magistero e ottenne l’abilitazione all’insegnamento nel 1928, anno in cui espose alla Prima Mostra Circondariale di Empoli. Nel biennio 1930-1932 lo troviamo docente di Ornato alla Scuola dell’Arte del Legno di Cascina e in seguito alla Regia Scuola artistico-industriale
dell’Alabastro di Volterra. Nel 1932 partecipò alla Prima Mostra dell’Incisione Italiana Moderna di Firenze con tre xilografie e, nello stesso anno, la vittoria nel concorso per la cattedra di Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Ravenna comportò il definitivo trasferimento nella città romagnola. Tuti mantenne tuttavia a lungo un legame con la sua città natale come attesta il catalogo della Biennale del 1938 in cui l’artista, premiato per l’affresco Le ricerche, risulta ancora residente a Empoli. La docenza in Accademia, dove diresse la scuola di mosaico, non impedì a Tuti la partecipazione a numerose esposizioni. Sempre negli anni trenta ricevette importanti commissioni come quella del Ministro degli Esteri per un ritratto di Vittorio Emanuele III (1937)
attualmente disperso. Dal 1940 strinse legami con il Circolo di Cultura di Bologna, dove, nel 1941 espose a una collettiva organizzata da Francesco Arcangeli. Nello stesso anno collaborò alla rivista «Lettere d’oggi». Dopo la fine della guerra, durante la quale aveva svolto il servizio militare a Castelvetrano, tornò alla sua attività che lo portò a partecipare alla mostra Handcraft as a Fine Art in Italy tenutasi a New York nel 1947, e alla prima personale dedicata alla sua produzione incisoria presso la Galleria Sandri di Venezia (1949). Negli anni cinquanta, periodo di altre importanti occasioni espositive per Tuti, si nota un’importante svolta stilistica nella produzione pittorica, caratterizzata dalla progressiva rinuncia all’utilizzo del segno grafico per un tonalismo di ascendenza morandiana evidente nelle numerose “marine”.

Dante Vincelle (Firenze, 1884-1951)
Dante Vincelle nacque a Firenze in una famiglia di probabile origine francese (Vincelles era inizialmente la grafia del cognome) poi stabilitasi a Empoli, dove Dante iniziò a lavorare in uno dei numerosi opifici legati alla lavorazione del vetro. La professione di mastro vetraio spiega una formazione sui generis e autonoma che inizialmente rivela una concezione figurativa di impronta ottocentesca post-macchiaiola come mostra Ponte Vecchio a Firenze, opera ammessa nel 1921 alla Prima Biennale romana, riconoscimento prestigioso che lo spinse a scegliere definitivamente l’attività artistica. Con altri artisti concittadini fu presente alla Prima Mostra Circondariale d’Arte di Empoli nel 1928, dove espose, tra altri paesaggi, il dipinto con Molino sull’Elsa. Pittore eclettico che in alcuni dipinti databili tra i tardi anni venti e i primi anni trenta (ma difficile è stabilirne la cronologia poiché non datava quasi mai le sue opere) sembra manifestare una curiosa vicinanza alla corrente del Realismo magico, elaborò uno stile fortemente personale durante il quarto decennio, quando, forse spinto da insuccessi locali, compì due soggiorni a Parigi. Nella capitale francese ebbe importanti occasioni espositive, prima alla Galérie Carmine nel 1933, poi alla Mostra degli indipendenti nel 1934 al Grand Palais. La sua opera Carnaval Tango, che colpì allora la critica per un certo erotismo, rivela un linguaggio primitivista segnato però da un’ironia che tuttavia non si risolve in satira di costume. In altre opere di marcata impronta naïf, Vincelle isola figure con ampie stesure di colore e contorni continui e chiusi in sfondi paesistici nei quali non dimentica impressioni divisioniste e puntiniste, forse retaggio di suggestioni giovanili dalla tradizione italiana di fine
Ottocento e inizi Novecento certamente rinverdite da esempi francesi. Alla fine degli anni trenta, dopo il secondo soggiorno parigino, si situa la permanenza a Genova, dove dipinse alcune “marine” e dove espose alla Galleria La Rotta nel 1942 e ancora nel 1945. Soggetti frequenti della sua produzione sono tuttavia paesaggi dei dintorni di Empoli, scene di caccia (attività cui si dedicava con passione) e di vita agreste illuminati da ricchi e vividi impasti cromatici. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1951, gli venne dedicata un’importante retrospettiva all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze nel 1961. Altre esposizioni si sono susseguite negli anni, tra cui la Mostra omaggio-ricordo del 1977 al Palazzo Ghibellino di Empoli, dedicata a un gruppo di pittori della città. Nel 1976 una sua opera fu acquisita dal Museo Nazionale delle Arti Naïves di Luzzara per interessamento di Cesare Zavattini. Nel 2004, presso la Casa del Boccaccio e il Museo di Arte sacra di Certaldo
si è svolta una sua antologica. A completare l’immagine di una personalità eccentrica sta anche la progettazione di vari congegni meccanici e brevetti industriali.

Il Complesso di San Giuseppe 260 anni al servizio della città di Empoli
“Abbisognava la nostra Terra di uno spedale per gli infermi […]. Lo spedale fu fabbricato con grandiosa architettura sopra una parte delle mura della fortezza d’Empoli di verso mezzogiorno, e la sua facciata che volta a tramontana resta dentro la Terra. Nel dì 19 maggio 1746 furono benedetti i di lui fondamenti dal nostro decano Ercole Figlinesi, e nell’anno 1765 restò terminata la fabbrica”.
Così Luigi Lazzeri, nella sua Storia di Empoli del 1873, racconta la nascita dell’Ospedale di San Giuseppe, realizzato grazie all’eredità lasciata dal dottor Giuseppe del Papa. L’edificio rappresenta uno degli episodi architettonici più significativi della storia cittadina del XVIII secolo.

Costruito sul bastione sud-orientale della città, il nucleo originario dell’ospedale anticipa l’evoluzione urbana ottocentesca, caratterizzata dal progressivo riempimento degli isolati all’interno della cerchia muraria cinquecentesca e, in seguito, dall’espansione oltre le mura stesse. La cartografia del Catasto Leopoldino del 1820 documenta bene questa trasformazione. L’apertura della ferrovia Leopolda nel 1848 e il completamento del “ponte d’Empoli” nel 1855 determinarono una profonda trasformazione del rapporto tra la città e il territorio, orientando lo sviluppo urbano lungo il
nuovo asse nord-sud. In questo processo le antiche mura vennero quasi completamente cancellate — in parte abbattute, in parte inglobate nei nuovi isolati — e perse ogni percezione del tracciato originario.

Nel 1827 la demolizione della Porta dei Cappuccini, per ampliare l’accesso a via del Corso (oggi via Ridolfi), segnò l’inizio di questo processo, seguita dalla distruzione di Porta Fiorentina e del bastione sud-occidentale. Si trattò di scelte che rispondevano alla volontà di superare i limiti urbani che per secoli avevano definito il confine della città.

Lo spedale, benedetto il 18 marzo 1767 — alla vigilia del giorno dedicato a San Giuseppe, poi eletto suo protettore —, era descritto da Lazzeri come “stimabile non tanto per la sua felice situazione di mezzogiorno ed assai elevata dal suolo, quanto per le sue comodità e pulitezza”. Due grandi camerate, una per uomini e una per donne, accoglievano i degenti, con altari dove si celebrava la messa nei giorni festivi.

L’importanza dell’edificio è confermata anche dalle testimonianze di viaggiatori stranieri del periodo del Grand Tour: nelle loro rappresentazioni di Empoli, oltre al Santuario della Madonna del Pozzo, compare spesso anche l’Ospedale (“l’hôpital”), segno del rilievo architettonico che già allora gli era riconosciuto.

Tra il 1838 e i primi anni Sessanta dell’Ottocento l’ospedale fu oggetto del primo importante ampliamento, con l’estensione dei corpi di fabbrica fino all’attuale via Giovanni da Empoli. Il cabreo Raccolta dei disegni delle fabbriche dello spedale di Empoli, commissionato nel 1866 da Amerigo Antinori all’architetto Pietro Camparini, documenta questa fase ed è stato il principale riferimento per i recenti restauri. Alla fine del XIX secolo, nuove esigenze sanitarie portarono a ulteriori modifiche e ampliamenti. Il fronte su via Roma venne esteso con un corpo parallelo all’ala orientale, demolendo le due torri che ospitavano la ghiacciaia e i locali destinati ai “dementi” e all’amministrazione. Il nuovo volume si integrò con l’edificio ottocentesco, ridefinendo la facciata su via Giovanni da Empoli. I progetti di questa fase furono redatti dall’ingegnere fiorentino Gino Casini tra il 1898 e il 1939.

Negli anni successivi il complesso subì ulteriori modifiche: vennero riorganizzate le degenze, sopraelevata la terrazza sul cortile del pozzo e realizzato un nuovo piano nell’ala est, alterando in modo significativo l’impianto originario. Anche l’ex ambulatorio antitubercolare su via Paladini fu sopraelevato. Con il tempo, gli adeguamenti funzionali — necessari ma spesso invasivi — snaturarono l’impianto storico dell’edificio, fino alla dismissione della funzione ospedaliera nel 2008, quando fu inaugurato il nuovo Ospedale di San Giuseppe nella zona nord-ovest della città. L’acquisizione del complesso da parte dell’Amministrazione comunale ha rappresentato un passaggio cruciale: da criticità urbana si è trasformato in opportunità di rigenerazione. Inserito nel progetto strategico per la riqualificazione dell’area sud del centro storico, l’ex ospedale è oggi oggetto di un ampio programma di recupero architettonico e valorizzazione culturale.

Dopo i primi processi di partecipazione del 2010 e il progetto di innovazione urbana HOPE del 2016 — finanziato con fondi europei FESR —, i lavori di restauro, sostenuti anche da fondi PNRR, hanno permesso la parziale riapertura del complesso a partire dal 2019. Il recupero ha restituito valore alle caratteristiche storiche e architettoniche originarie, aprendo nuovi spazi destinati a funzioni culturali e collettive. In questo modo, a 260 anni dalla fondazione, il Complesso di San Giuseppe torna a svolgere la sua funzione originaria: essere un luogo di servizio, incontro e cura per la comunità empolese. Il processo di valorizzazione Il percorso di recupero del complesso è iniziato subito dopo l’acquisizione comunale nel 2008, con interventi parziali destinati ad accogliere temporaneamente alcune funzioni pubbliche: sezioni scolastiche, corsi universitari, laboratori, archivi e attività musicali. Nel 2010 l’Amministrazione ha avviato un percorso partecipativo, sfociato nel 2015 nella possibilità di accedere a finanziamenti europei per la rigenerazione urbana con obiettivi di inclusione sociale. È stato così avviato un progetto unitario che ha permesso di eliminare superfetazioni e locali impropri, restituendo alla città ampi spazi comuni. Il progetto prevede il recupero architettonico del corpo storico e di parte del blocco novecentesco, con il ripristino degli ambienti originali dove possibile e la riapertura dei grandi finestroni laterali dell’ala ovest. Le finestre realizzate nel dopoguerra, in contrasto con la geometria originaria delle facciate, saranno tamponate. Le azioni si inseriscono in una più ampia strategia di rigenerazione che punta a valorizzare le componenti storiche e architettoniche stratificate nel tempo. Le nuove destinazioni d’uso, pensate in coerenza con il contesto urbano e architettonico, offriranno al complesso una nuova identità nel paesaggio contemporaneo di Empoli, restituendogli pienamente il suo ruolo di servizio alla comunità.

TESTI IN MOSTRA INTRODUZIONE

«E pensare che c’è un sacco di gente che vive e lavora anche qui…». Immaginate un flâneur amante degli Etruscan Places, trascuratamente azzimato, nei primi anni trenta del Novecento, immaginatelo in fuga per un giorno da Firenze, perché annoiato o solo curioso di vedere Pisa, di visitare Siena; immaginatelo seduto in uno scompartimento di prima classe, su un treno che si ferma sbuffando nella stazione di Empoli. Ora lo vedete saggiare, con il palmo della destra, il pomello del bastone da passeggio, lo vedete lisciarsi i baffi, ovvio, e notate il suo sguardo attraversare il finestrino per posarsi, acutamente superficiale, su due signore eleganti, su un gruppo di ragazzi chiassosi di ritorno da qualche scuola del capoluogo, su alcuni giovanotti in orbace, su altri passeggeri indefiniti che scantonano all’uscita, scomparendo dentro le loro vite. Poi il fischio, e il treno che riprende a muoversi. Osservate allora il forestiero ben vestito, ma un po’ stropicciato, sistemarsi comodo sulla sua seduta e dilatare il respiro nel sollievo della lenta accelerazione impressa dalla locomotiva. Se ascoltate bene lo sentite espirare a bassa voce, con malinconica ironia, parole simili a quelle che prendiamo in prestito da un celebre passo di Ennio Flaiano per adattarle alla nostra città. Via, via il prima possibile da posti così, dove non resisterebbe un’ora. Al viaggiatore esperto del mondo e degli uomini Empoli, case basse, qualche ciminiera, qualche solida facciata in un Liberty sobrio proprio lì, presso lo scalo ferroviario, poteva forse dare questa impressione, l’impressione di un posto dove non succede mai niente. Questa mostra illustra una parte di quel niente.

Più di 150 opere, in prevalenza dipinti, eredità preziosa di una generazione di artisti del nostro territorio, giunti a maturità tra la fine degli anni trenta e gli inizi dei quaranta del Novecento. Di questi, partendo dai luoghi dove si incontravano e dove andavano affinando la loro iniziale propensione al lirismo, educando il proprio talento e il grande amore per l’arte con l’apprendere tecnica e mestiere, si è cercato innanzitutto di ricostruire la formazione e gli approdi stilistici degli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, allorché molti di loro videro aprirsi opportunità di carriere importanti. Dopo questa prima fase, interrotta dagli anni del conflitto, per i quali ci siamo concentrati sulla produzione di chi fu più segnato da vicende di prigionia e resistenziali, abbiamo cercato di restituire il contesto fluido del dopoguerra, quando le strade intraprese dai nostri artisti iniziarono a divergere in modo sensibile. Non è stato facile ricostruire i vari percorsi. In molti casi, all’inizio del nostro lavoro, ci siamo trovati di fronte a scenari frammentari, per i quali abbiamo dovuto utilizzare un metodo interpretativo fortemente indiziario che ci permettesse di muoverci in spazi di ricerca dove scarse erano le informazioni, sia quelle sicure sia quelle difficilmente verificabili. Così, in modo talvolta spregiudicato, ci siamo infilati in vicoli ciechi e abbiamo commesso qualche errore, ma, nel corso dei mesi, abbiamo iniziato a disbrogliare più di un groviglio e anche chi, fra noi, aveva già studiato in passato le vicende di alcuni di questi artisti, è rimasto sorpreso dalle novità che giorno dopo giorno emergevano, permettendoci di fare luce su alcuni autori di cui avevamo il nome e solo qualche opera riprodotta in vecchie pubblicazioni. Una delle conseguenze di questa ricerca davvero caparbia è stato il fatto che, fino a pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra, sono venute fuori opere nuove o che pensavamo definitivamente perdute. Per questo abbiamo dovuto rinunciare a esporre alcuni pezzi, in modo da non saturare troppo uno spazio espositivo che abbiamo comunque cercato di sfruttare al massimo per questa prima grande ricognizione sulla produzione figurativa a Empoli dal 1925 al 1960. Oggi le testimonianze di quelle esperienze comuni degli inizi, il sodalizio della “stanzina”, che Mario Maestrelli e Virgilio Carmignani avviarono esattamente un secolo fa, il passaggio di molti artisti empolesi dall’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze, i prodotti delle stimolanti collaborazioni, ancora frequenti negli anni quaranta, e delle divergenti linee espressive che si notano verso e oltre il 1950, offrono ai visitatori di questa esposizione la possibilità di vedere, in un percorso che si snoda dentro un unico spazio nell’ala ovest dell’Antico Ospedale di San Giuseppe restaurato, un’efficace sintesi di alcuni dei più importanti fenomeni figurativi del Novecento.

PRELUDIO

La storia che ci accingiamo a raccontarvi inizia con i due maestri empolesi più anziani, Nello Alessandrini e Dante Vincelle. Per la generazione dei nostri giovani pittori il primo rappresentava il mondo dell’Accademia, che aveva frequentato come allievo di De Carolis; l’altro era stato un mastro vetraio prima di avvicinarsi da autodidatta alla pittura sviluppando un tratto personale ed eccentrico che suscitava tra quei giovani grande ammirazione. Ricorda Gemignani: «Talvolta c’erano le visite agli studi dei maggiori, come Nello Alessandrini, Dante Vincelle ed altri. Il ricordo delle enormi tele con “bagnanti” del Vincelle, risolte alla maniera del Rousseau, il doganiere francese, è ancor vivo. Ricordo le tipiche penombre azzurre, le arroventate sabbie o le trasparenti acque smeraldo, le fluttuanti tonalità terse, brillanti e limpide come quelle dell’iride, i buoi celesti o violacei ai margini di alberaie ricche di profondi e fascinosi oltremare».

LA “STANZINA”

1925-1930 Siamo intorno al 1925. In quell’anno Mario Maestrelli, classe 1910, si iscrisse al Corso Operaio dell’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze, dove già si trovavano Virgilio Carmignani e Cafiero Tuti, e dove, poco dopo, si iscriveranno anche Amleto Rossi, Ghino Baragatti, Loris Fucini, Sineo Gemignani, Renato Alessandrini, Enzo Faraoni e Gino Terreni. Durante gli anni della scuola Mario aveva ottenuto dal padre l’uso di una stanzina in fondo all’orto di casa in via Tripoli, dove potersi esercitare nella pittura. Lì iniziarono a incontrarsi Mario e Virgilio, ma presto intorno a loro si radunarono gli altri giovani studenti di Porta Romana, a cui dovremo presto aggiungere anche chi non frequenterà l’Istituto, come Piero Sedoni e Pietro Tognetti. Alcune foto d’epoca ci mostrano questi amici nel piccolo angolo di provincia che rappresentava il loro mondo e che alla domenica si spostava poco più là, nell’abitazione di Virgilio in via XX Settembre. Ci si sedeva alla stessa tavola con la famiglia e gli amici, qualcuno posava per un ritratto. Le opere dipinte in questi anni, ritratti, nature morte o piccoli paesaggi ci mostrano la capacità dei nostri artisti di trascendere i limiti della provincia attraverso il confronto con gli insegnanti dell’Istituto d’Arte e la lettura delle riviste dove si potevano conoscere i lavori di maestri come Ardengo Soffici o Giorgio Morandi.

ANCORA LA “STANZINA” 1930-1935

Soffici diventò un punto di riferimento importante per alcuni dei nostri: Ghino Baragatti e Loris Fucini lo frequentavano a Poggio a Caiano, Virgilio Carmignani ripropose motivi vicini alla sua poetica. Altri scelsero una via più appartata, ma sempre nel solco della tradizione e del recupero del Quattrocento toscano, soprattutto attraverso la tecnica dell’affresco rilanciata dall’Istituto d’Arte di Porta Romana. Mario Maestrelli, concluso il percorso scolastico, tornò a lavorare col padre muratore e cominciò a manifestare il suo crescente disagio esistenziale. Le pareti della stanzina venivano riempite in ogni spazio disponibile: Mario amava dipingere su lacerti di muro irregolari di cui doveva apprezzare la scabrosità, o su mattonelle, su laterizi, avanzi di cantiere che poteva trovare sparsi ovunque. La sua frequentazione della stanzina entrò in una fase notturna, solitaria, intima. I ragazzi erano diventati uomini. L’entusiasmo, le scoperte, l’urgenza delle sperimentazioni, ma anche il tempo infinito dei giorni di gioventù, tutto ciò stava cominciando a venir meno. La perdita di una quotidianità di rapporti, con i nuovi ritmi che imponeva il lavoro, i viaggi in treno che prendevano a diradarsi, le famiglie che cominciavano a chiedere qualcosa in cambio, determinò per tutti l’inizio di una nuova fase.

LA STAGIONE DEI SUCCESSI

1935-1940 Il 1935 può essere preso come termine cronologico che segna l’inizio di una nuova fase per le vicende dei pittori della stanzina. Molti dei suoi frequentatori, Virgilio in testa, intrapresero percorsi che li portarono ad affermarsi fuori dall’ambiente empolese. Diverso è il caso di Mario, che rivolse il suo temperamento malinconico a più intime ricerche formali ed espressive. Attorno a questo 1935 si colloca un momento in cui i nostri artisti danno l’impressione di lavorare su un terreno condiviso, un terreno che, ai loro occhi di provinciali, era legittimato anche da una parte agguerrita e aggiornata della cultura nazionale. Sarà quindi da leggere all’insegna di questo comune sentire, caratterizzato dall’onnipresenza di Soffici e da un’attrazione per la natura come continua fonte di poesia, il fatto che quasi tutti i pittori empolesi, presenti alla seconda mostra circondariale tenuta in quell’anno al Palazzo Ghibellino, conobbero la notorietà e i primi successi che continuarono, anche a livello nazionale, fino allo scoppio della guerra. GLI INIZI DI UNA NUOVA GENERAZIONE All’apertura del quinto decennio emersero le personalità di Renato Alessandrini ed Enzo Faraoni. I due, amici, compagni di treno, quasi coetanei, essendo nati l’uno nel 1919 e l’altro nel 1920, avevano frequentato il corso della Sezione di Arti Grafiche di Porta Romana dove avevano avuto come insegnanti Francesco Chiappelli e Pietro Parigi. Alla ricerca di un nuovo linguaggio Renato ed Enzo tentavano nuove strade oltre il lirismo, volgendosi agli esempi di Lorenzo Viani ed Ottone Rosai. In questa ricerca Faraoni fu tra i primi a cogliere la profondità della pittura di Mario Maestrelli: Enzo doveva rimanere affascinato da Mario, da ciò che faceva e da come lo faceva, dal suo modo di isolarsi, di condurre la sua ricerca secondo strade di una purezza sconcertante, in cui il colore pareva nutrirsi di vita e la vita trasformarsi in un alito di poesia. Su questa linea egli dovette presto avvertire affinità spirituali con il mondo del viareggino Mario Marcucci, un mondo che scavando gorghi profondi, voleva perdersi nella frammentazione, nell’indefinito, nella mancanza di certezze dei suoi dipinti e che in tal modo finiva per trovare delle affinità con la purezza dello sguardo di Maestrelli, per il suo muoversi continuo sulle cose e sulla sua persona con una grazia imprevista, incompresa, fuori dal tempo.

GLI ANNI DIFFICILI

1943-1944 L’8 settembre 1943 Sineo Gemignani apprese la notizia dell’armistizio mentre si trovava nei Balcani; Virgilio Carmignani era all’Isola d’Elba, comandante dell’ottava batteria del ventesimo raggruppamento; Renato Alessandrini a Pola, Amleto Rossi militare a Torino, Ghino Baragatti probabilmente a Milano, forse con Loris Fucini, Cafiero Tuti si era da tempo trasferito a Ravenna. Altri avevano o avrebbero, di lì a poco, fatto scelte diverse. Gino Terreni era a Tartagliana, nella casa immersa nei campi delimitati da quei boschi dove si rifugerà prima del 13 settembre. Nel giorno del suo diciottesimo compleanno avrebbe ricevuto la ‘cartolina’: scelse di darsi alla macchia prima di diventare un repubblichino. Mario Maestrelli aveva preferito fingersi matto piuttosto che arruolarsi. Stava prendendo forma un’arte d’introspezione, fondata sul colore, dalle forme libere e dall’espressività sofferta. Ci sono giunti i disegni dai campi di concentramento, dalle prigioni, dai giorni in clandestinità, dai taccuini frettolosi dei partigiani, quelli di Virgilio, di Sineo, di Gino e con loro quelli di Renzo Grazzini, che raccontò con intensità i giorni della Resistenza a Firenze. Quelle opere rivelano un’umanità fermissima, una partecipazione senza scampo alla corposa incombenza delle cose e, insieme, l’incontro, più o meno filologico, con l’Espressionismo e con le opere di Lorenzo Viani. DOPO LA GUERRA Al termine della guerra era saltato il riferimento saldo e costante della riduzione all’ordine auspicata da Ardengo Soffici e sostenuta dalle riviste e dall’apparato critico degli anni Trenta. Era il tempo della ricostruzione e una mostra dei pittori empolesi ospitata nella sala maggiore della nostra Biblioteca Comunale tentò di rilanciare il discorso bruscamente interrotto dalla guerra. I nostri artisti tornavano a lavorare muovendosi in una terra di nessuno che ancora non era stata raccontata e definita, e che richiedeva a chi la percorresse umiltà, sacrificio, rispetto. E quella terra ognuno l’avrebbe percorsa da solo, consapevole che «dietro c’era il Novecento e davanti non c’era nulla». Con una tavolozza inondata di luce, per Virgilio Carmignani, con l’apertura verso le sperimentazioni astratte, per Sineo Gemignani e Loris Fucini, con le grandi commissioni ad affresco che ricevette Ghino Baragatti, con la ricerca introspettiva modellata sull’esempio di Rosai, che accomunava le opere di Enzo Faraoni e Renato Alessandrini.

GLI ANNI CINQUANTA

Gli anni Cinquanta videro i nostri pittori impegnati in importanti cicli ad affresco, tecnica nella quale molti di loro eccellevano. Ghino Baragatti costruirà la propria fortuna a partire dalla decorazione del Teatro Manzoni di Milano, affermandosi come frescante in Lombardia. Il ciclo del Santuario di Capannori, emblematico di una capacità straordinaria nell’impaginare le storie come in una “grande pagina miniata”, vide Virgilio Carmignani lavorare al fianco di Baragatti e del senese Otello Chiti. Alcuni, come Sineo Gemignani e il fiorentino Renzo Grazzini scelsero la strada del Realismo, seguendo l’indirizzo dettato dal PCI e illustrando il mondo del lavoro, al quale si attribuiva un valore fondante della società moderna. Altri come Enzo Faraoni e Renato Alessandrini percorsero la strada di una figurazione elegante e introspettiva, spesso scontrandosi – ora che l’avanzare delle tendenze astratte veniva percepito come indice di modernità – con il clima asfittico e poco vitale che parte della critica riservava alla pittura figurativa. Un clima che tuttavia si allentava quando dalle grandi città ci si spostava in provincia: chi per coerenza manteneva fede ai propri principi trovava nella provincia uno spazio d’azione più libero da condizionamenti. In questo clima di libertà anche Empoli ebbe i suoi pittori astratti.

Fonte: Ufficio Stampa

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