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Cultura San Miniato

da lunedì 25 gennaio 2021 a domenica 31 gennaio 2021

Nello studio di Toti Scialoja, cronaca di Andrea Mancini

Cronaca di
Andrea Mancini

NELLO STUDIO DI
TOTI SCIALOJA

Fondazione Toti Scialoja
e Casa Museo Toti Scialoja e Gabriella Drudi
via di Santa Maria in Monticelli 67, 00186 Roma

per prenotazioni e informazioni:
email: info@totiscialoja.it
tel. +39 06.68809900

Ho frequentato il grande studio di Toti Scialoja all’inizio degli anni 90, arrivavo in piazza Mattei a Roma, a due passi da Largo di Torre Argentina e salivo su per le antiche scale, sulle quali mi capitava di incontrare altri importanti abitanti di quel palazzo Costaguti, tra tutti ho ancora vivissimo il ricordo di quella specie di regista folletto che era Marco Ferreri.

Adesso lo studio non è più lì, negli ultimi anni di vita, Toti e Gabriella Drudi, sua moglie, decisero di spostarsi, in quella che è diventata la loro Casa Museo, sede della fondazione che gli è stata intitolata. Ma appunto, alla fine degli anni 80, io andavo in quella piazzetta, nota per la Fontana delle Tartarughe, costruita alla fine del 500 su progetto di Giacomo Della Porta. Dietro alla Fontana si accedeva al palazzo, al cui ultimo piano si apriva lo studio di Toti; uno spazio sui tetti di Roma, luminosissimo e soprattutto con una serie di grandi stanze, dove l’artista stendeva a terra le sue enormi tele, creando una vera e propria action painting alla Pollock, anche prima dello stesso Pollock. Una danza creativa, che dava vita a opere di poesia, con una sorta di possessione del colore e del corpo.

Ho osservato più volte il lavoro di Scialoja, giustamente considerato uno tra i più alti rappresentanti della cultura italiana del secondo Novecento: scrivo cultura, perché il suo lavoro è sempre stato di notevole complessità: io mi sono avvicinato a lui per scoprirne il tutt’altro che secondario impegno di scenografo, dai primi anni 40 fino almeno al 1986, quando ben due spettacoli con le sue scenografie debuttarono nei ruderi di Gibellina, il primo “Il ratto di Proserpina” di Rosso di San Secondo, con la regia di Guido De Monticelli, il secondo su testo dello stesso Scialoja, “Re Serse e l’Orso”, con la regia di Enrico Stassi. Due spettacoli importanti, soprattutto per la complessità delle scene realizzate: assomigliavano a delle vere e proprie macchine barocche, anche se modernissime e si spostavano per Gibellina in una sorta di processione scenica.

Chiaramente il lavoro di pittore ha in parte offuscato quest’altro aspetto della sua ricerca creativa, ma oggi Toti è giustamente considerato un artista a tutto tondo, che unisce alle opere su tela e alle incisioni, un impegno di scenografo di notevole importanza: ho esposto più volte i suoi straordinari oli, realizzati come bozzetti scenografici di una eccezionale “Opera dello straccione” di John Gay-Brecht, andata in scena nel 1943 al Teatro Argentina di Roma, con la regia di Vito Pandolfi e l’interpretazione, tra gli altri, di un giovanissimo Vittorio Gassman.

In particolare in una grande mostra (1990), intitolata “Teatro da quattro soldi. Pandolfi regista, Scialoja scenografo”, che dal Palazzo Pretorio di Certaldo, si spostò per ben quattro mesi al Teatro Argentina di Roma, inaugurata da moltissime figure di primo piano, tra i quali naturalmente Gassman e Luigi Squarzina; poi almeno in un’altra importante esposizione che nel 2009 realizzai alla Casa dei Teatri, sempre a Roma, nel Casino di Caccia costruito nello stupendo Giardino di Villa Doria Pamphili, stavolta la mostra era intitolata a Silvio d’Amico e al suo “Tramonto del grande attore”. Per ognuno di queste eventi uscirono diversi volumi, per la prima tre grandi libri da me curati per la Nuova Alfa Editoriale di Bologna, per la seconda un libro importante con Titivillus a Corazzano.

Ma oltre a questo – che diamo in modo necessariamente conciso -, non si può dimenticare il suo impegno come poeta, a partire da un libro voluto da Italo Calvino, nella collana Tantibambini di Einaudi, “La zanzara senza zeta” (1974), dove Scialoja dette prova di una capacità di comporre veri e propri limerick e altri scritti poetici apparentemente senza senso, che spesso ribaltavano la realtà.
A queste poesie ne seguirono molte altre, uscite in libri bellissimi e – questo è il fatto importante – illustrati proprio da Toti, con disegni in genere di animali antropomorfi, realizzati con un segno di grande eleganza, che si diversificava non poco, dall’approdo, comunque informale e astratto, al quale era arrivata la sua pittura.

Anche su questo aspetto, realizzai una mostra (1991), alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, insieme ad Andrea Rauch, con un bellissimo catalogo edito dalla Grafis, che aveva scritti, oltre che miei e di Rauch, di Paola Pallottino, Renato Barilli, Antonio Porta, Giorgio Manganelli, Giovanni Raboni, Barbara Drudi e Toti Scialoja.

Insomma un lavoro che credo importante, per una visione complessiva di un artista che meriterebbe una fama internazionale ben più grande di quella che comunque gli è stata attribuita. Ma, come diceva lo stesso Scialoja: “La pittura serve a vivere, non a contemplare o contemplarsi”. Frase certo assai significativa, che può voler dire tante cose, ma che significa almeno che, tra teoria e pratica dell’arte, c’è un certo divario.

Ad esempio per una mostra curata da Lorenzo Trucchi, alla Galleria L’Isola di Roma (1984), il critico notava come Toti “non è mai stato un astratto puro, ortodosso. Ha sempre dipinto sulla spinta di precise emozioni, di concrete sensazioni… è anche un sottile umanista, un coltissimo intellettuale europeo, per il quale l’esperienza pur la più viva, diretta del reale, è necessariamente critica, mediata da tutto un bagaglio di tradizioni: tradizioni dell’antico e tradizione del nuovo”.

Più in là lo stesso Trucchi cita Lionello Venturi che nel 1956 diceva che Scialoja “può formulare le sue teorie con logica impeccabile, ma poi è obbligato dipingere come sente e come pensa”, e poi anche Pasolini (1955), che andava ancora più a fondo, parlando di una sensualità, che nella pittura “è accanitamente corretta dalla coscienza critica”.

Insomma, anche da queste poche righe, si può intuire la complessità dell’artista, che non gli ha mai impedito di mettersi a disposizione degli studenti e degli studiosi. Quando ho fatto la prima mostra su di lui, nel 1990, ero ancora molto giovane, Toti aveva quarant’anni più di me – era nato, tra pochi giorni, il 16 dicembre 1914 e morì nel 1998 -, lui che si mise completamente a mia disposizione, lui e i suoi più stretti collaboratori, soprattutto l’amata nipote, Barbara Drudi. Tutto il suo studio mi fu aperto, mi procurò ogni materiale (e io ne pretesi moltissimo), ed era tenerissimo il fatto che molti dei suoi bellissimi bozzetti, fossero ancora sistemati in cartelline, preparate per un concorso all’Accademia, della quale sarebbe divenuto anche direttore, sebbene allora (mi sembra intorno al 1954) lui si proponesse semplicemente come insegnante di scenografia.

Insomma un uomo grande. anche ironico, di notevole simpatia, capacità di interloquire, soprattutto con i giovani, lui stesso ancora giovanissimo, in particolare quando si lasciava perdere nel lavoro creativo.

Credo che la moglie, Gabriella Drudi ne sia stata la musa ispiratrice, l’anima critica, quella che dirigeva la sua vita. Toti si è lasciato guidare, a costo di apparire – solo all’esterno naturalmente – un po’ freddo. Anche le sue opere più importanti possono appunto essere lette in più modi, chi lo conosce solo superficialmente può prenderlo come un artista concettuale.

Non è così, Toti è appunto un artista completo e complesso, che si lascia vincere dal colore e dalla tela, ma che può lavorare in modo apparentemente diverso, ad esempio per i bambini, con una mano da autentico maestro dell’illustrazione – uno dei più importanti artisti che si siano dedicati a quest’arte nel secondo dopoguerra – e poi può elaborare (si badi bene, non agli inizi, ma per tutta la sua vita), progetti legati ad esempio al nuovo teatro, agli straordinari balletti realizzati per l’Opera di Roma da Aurel Millos, fino appunto agli spettacoli di Gibellina del 1986, dove la ricerca pittorica si incrocia con un’altra, più legata al suo lavoro di scenografo, anche in questo caso uno tra i più interessanti del 900.

L’attuale abitazione, sede appunto della Casa Studio in via di Santa Maria in Monticelli, “offre l’opportunità di avvicinarsi al privato e al quotidiano dell’artista oltre che alla sua produzione pittorica”, nel senso che si può intuire quello che era il suo approccio al mondo. Nella casa c’è infatti tutto l’arredamento voluto da Scialoja e Drudi, oltre a mobili realizzati a partire da progetti di Scialoja stesso, in particolare la grande libreria rossa, così come lampade e tavoli.
“La casa – si legge nella presentazione, di un luogo che può essere anche usato per convegni e incontri di vario tipo (basta telefonare o mettersi in contato con la Fondazione) – si articola in una serie di ambienti collegati tra loro da porte interne e da un corridoio che costeggia l’intero appartamento. Lungo le stanze trova spazio una mostra che attraverso scritti, documenti, fotografie e opere intende raccontare la vasta produzione artistica di Scialoja che è stato pittore, scrittore, scenografo e costumista oltre che direttore dell’Accademia di Belle Arti di Roma, socio onorario dell’Accademia di Belle Arti di Brera, vice presidente dell’Accademia di San Luca. Alla produzione di Scialoja, che si dipana per un percorso che va dalla produzione giovanile fino agli ultimi anni, è affiancata la produzione di Gabriella Drudi che è stata scrittrice, saggista e critica d’arte, tra le prime a studiare l’espressionismo astratto americano e a scriverne in Italia”.

Fonte: Ufficio Stampa

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