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Cultura Vicchio

da lunedì 25 gennaio 2021 a domenica 7 marzo 2021

Mediterranean contemporary art prize, la mostra al Museo di Vicchio che riapre al pubblico

Sarà inaugurata il 24 gennaio, per chiudere i battenti il 7 marzo, la mostra “Mediterranean contemporary art prize. The way through Lucania”. In esposizione le opere degli artisti vincitori della prima edizione della biennale internazionale di arte contemporanea, realizzata da Porta Coeli Foundation, al castello di Lagopesole nel 2019, e un’antologica dell’artista lucano Antonio Masini, scomparso recentemente. Dalla Basilicata terra di Orazio alla Toscana, che ha dato i natali a Giotto.

Nel museo di Vicchio, situato nella casa che dette i natali a Giotto, saranno esposte le opere dei vincitori del “Mediterranean contemporary art prize. The way through Lucania”, Nemanja Popadic, Leandro Agnone, Lèna Piani, George Zouein, Amir Zarezadeh, Lila Kb, Patricia Heuker of Hoek, Fiona Nòve, Ilaria Moscardi e Michele Barbaro, che si sono distinti in cinque categorie artistiche: Scultura e installazione, fotografia, pittura, arte digitale, disegno grafica e calligrafia.

La mostra vede la collaborazione di Apt Basilicata, che ha sostenuto l’iniziativa attraverso un avviso di co-marketing, e il patrocinio morale di Regione Basilicata, Regione Toscana, Unpli e Comune di Vicchio, che ha garantito la disponibilità del museo toscano.

Domenica 24 Gennaio cerimonia inaugurale alle ore 16:00 in modalità remota. Sarà possibile partecipare attraverso il seguente link bit.ly/live24gennaio

Sarà possibile accedere fisicamente alla mostra dal 25 gennaio al 7 marzo 2021 dal Lunedì al Venerdì (compatibilmente con le norme anti-Covid-19) dalle ore 10.00 — 12.00 / 15.00 — 18.00 Su prenotazione al numero 3348978591 (Possibilmente tramite sms/whatsapp)

Mediterranean contemporary art prize.
The way through Lucania
mostra dei vincitori della prima edizione del premio di Porta Coeli Foundation
con antologica in memoria di Antonio Masini
24 gennaio — 7 marzo 2021 2021
Casa di Giotto, Vicchio — Firenze
inaugurazione
24 gennaio, ore 16.00

Mediterranean Contemporary Art Prize.
The way through Lucania
approfondimento
26 gennaio, ore 16.00
Il Pane e le Rose.

Conversazione sul diritto all’Arte contemporanea
incontro di approfondimento tematico con
Aniello Ertico, Presidente Porta Coeli Foundation
e Donato Faruolo, curatore Porta Coeli Foundation
www.mcartprize.org
info@portacoeli.it

La strada da Firenze a Bisanzio, poli paradigmatici dell’arte del Mediterraneo, passa per la Basilicata, e quindi per il crocevia di Venosa. Mediterranean contemporary art prize – The way through Lucania, la mostra dei vincitori della prima edizione del premio biennale organizzato da Porta Coeli Foudation (Venosa, Potenza), trova la sua felice realizzazione negli ambienti della Casa di Giotto (Vicchio, Firenze). Ma non di sole fortuite coincidenze vuole alimentare la
pregnanza del proprio tragitto.

Quella verso Vicchio è un’escursione con qualcosa di paradossalmente “esotico”, per Porta Coeli Foundation, che attraverso una decennale esperienza espositiva ha costruito il proprio progetto intorno alla familiarità con i centri dell’arte del Mediterraneo orientale – Il Cairo, Qom, Lepanto, Yerevan, Doha. Proprio a causa di una controindicazione – in questo caso dagli esiti felici – di quella che verrà ricordata come la pandemia del 2020, la Fondazione e il territorio che essa
rappresenta hanno oggi l’opportunità di dare nuova applicazione alle proprie attitudini relazionali, costruendo un momento di sintesi irrinunciabile e significativo, di completamento simbolico di una parabola, non privandosi di una serie di feconde congiunture che sembrano narrare di vicende necessariamente imparentate sul filo dei rivolgimenti della storia del Mediterraneo. E ciò accade alle porte di Firenze, nella casa natale di Giotto. Nel 2019 si è svolta in Basilicata la prima edizione del Mediterranean Contemporary Art Prize, il premio che Porta Coeli Foundation ha voluto istituire per immaginare assi diversi intorno ai quali
far ruotare la nostra concezione della cultura europea, occidentale, mediterranea. Il Castello di Lagopesole, sede di svago e delizia per Federico II – uno dei padri spirituali di un’Europa diversa con il centro puntato nel Mediterraneo – ne è stata la significativa ambientazione: edificio di splendide proporzioni e di limpide geometrie, pura proiezione in pietra di un modello ideale del cosmo, ha coagulato intorno a sé, per dieci giorni di luglio, una comunità eterogenea fatta di artisti datisi convegno letteralmente da ogni angolo del mondo (Brasile, Argentina, Messico, Mauritius, Regno Unito, Francia, Iran, Libano, Tunisia…). Un’esperienza di convivialità informale e feconda all’insegna dell’ospitalità e del dialogo, grazie alla quale si è riattualizzato il potenziale di elezione e centralità di un luogo rimasto quiescente per qualche secolo.

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno della programmazione della mostra dei primi e secondi classificati nelle diverse categorie del premio. Le ipotesi per una sede appropriata per questo progetto ricadevano originariamente sui luoghi della nostra inconsueta familiarità, alcuni depennati dal precipitare di orribili situazioni geopolitiche (pensiamo con sgomento alla situazione armena), altri decaduti in ogni caso per le necessarie cautele attuate contro il Covid-
19. In molti hanno in questi mesi imparato a scrutare con più attenzione ciò che è loro prossimo, riscoprendo talvolta uno sguardo trasversale e non gerarchico, in cerca di ciò che di importante sfugge alle maglie grosse di un sistema culturale ingiustificatamente appiattito sul sistema economico. Ciò a corroborare la tendenza già potentemente in atto, nella cultura dei grandi centri, a guardare al di fuori dalle proprie aree di influenza diretta, in cerca di una ritualità, un’essenzialità e una fondatezza dell’agire culturale che sfuggano agli schemi della produttività metropolitana. «Beatus ille qui procul negotiis», beato chi si tiene lontano dagli affanni: risulta più che mai utile la strada tracciata da Orazio, il poeta latino nato proprio a Venosa nel 65 a.C., che celebrò la cultura come fattore di emancipazione e la marginalità come fattore di stimolo alla circospezione e all’affermazione secondo vie inedite. Porta Coeli Foundation, a partire dall’eccentricità di Venosa, ha sempre ricercato la relazione con le alterità di altre longitudini: non possiamo che guardare con fiducia e operosità la fame di relazioni con le alterità del periferico che il pubblico globale esprime oggi con forza.

Sempre più spesso – e già prima della pandemia – chi vive nei grandi centri sceglie infatti di passare le proprie pause lavorative o il tempo della propria vita culturale in luoghi solitamente definiti “periferici”. Si tratta però della ricerca di luoghi animati da una diversa concezione di “centralità”, talvolta capaci di risarcire di quell’impoverimento della «vita dello spirito», per dirla con Georg Simmel, la cui cura è demandata agli artisti come una volta lo era agli officianti dei
riti, in un regime di divisione e specializzazione del lavoro tipico della società moderna in cui anche la vita del simbolico e dell’immaginario può essere delegata, e in cui la coltivazione delle arti diventa fattore di vitale importanza. Ecco una prima congiuntura per cui Vicchio e Venosa, in questo panorama, trovano una straordinaria coincidenza di intenti e di vocazione.

Ma c’è una ragione che, a ben guardare, sembra circostanziare con maggiore specificità e pregnanza il rapporto che questa mostra inaugura tra Vicchio e Venosa, e che ci riporta a quella via che da Firenze conduce a Bisanzio. Vicchio è la città natale di Giotto di Bondone, che è passato alla storia dell’arte mondiale come colui che «rimutò l’arte di dipingere di greco in latino»: abbandonando il paradigma artistico bizantino, fatto di ieraticità e sospensione trascendentale, fonda la modernità dell’arte occidentale nella sua passione per il reale e per l’espressione. Venosa è invece la città natale di Quinto Orazio Flacco, che descrive la propria
missione poetica come un’operazione di tradizione culturale dei modi poetici greci al latino: «ex humili potens, princeps Aeolium carmen ad Italos deduxisse modos», ossia «da umile potente, per primo ho condotto la poesia eolica ai modi italici». Entrambi divengono gli iniziatori di una modernità, di un’alterità dal solco della società in cui vivono, a partire da un’alterità della propria radice profonda.

In mostra, per la categoria scultura e installazione, Nemanja Popadic (Austria /Serbia, I premio) e Leandro D’Agnone (Italia, II premio); per la categoria fotografia, Léna Piani (Francia, I premio) e George Zouein (Libano, II premio); per la categoria pittura, Amir Zarezadeh (Iran, I premio) e Lila KB (Argentina, II premio); per la categoria arte digitale, Patricia Heuker of Hoek (Paesi Bassi, I premio) e Fiona Nòve (Mauritius, II premio); per la categoria disegno, grafica e calligrafia, Ilaria Moscardi (Italia, I premio) e Michele Barbaro (Italia, II premio).

Inutile costringere il polimorfismo dei linguaggi contemporanei rappresentati dai premiati all’interno di letture forzose: gli artisti in mostra compongono uno scenario di divergenze pulviscolari, per tematiche, tecniche e approcci, per provenienze geografiche e anagrafiche, ma sono certamente accomunati da una consistenza del proprio agire che conferisce alle opere in mostra una credibilità degna di interloquire con la buona disposizione del visitatore senza falsa retorica, senza affabulazione, senza opportunistiche sovrastrutture. La selezione operata non prova in alcun modo a ricomporre lo scenario secondo una legge di coerenza esterna al processo messo in atto dal premio: è invece proprio nella possibilità di farsi attraversare e di mettere in relazione la diversità dei percorsi artistici che si fonda la qualità relazionale di Mediterranean Contemporary Art Prize, un’opportunità per aggiornare e sconvolgere indici, riferimenti e cataloghi che sosterranno l’attività di perenne circospezione di Porta Coeli Foudation. Rimandiamo quindi alle motivazioni dei premi che li hanno condotti in questa mostra, per un approfondimento sul lavoro dei singoli artisti.

Per chiudere il percorso, in mostra un’appendice dedicata all’opera di Antonio Masini. Recentemente scomparso, è stato l’artista per eccellenza del II dopoguerra lucano. Senza aderire ufficialmente al realismo guttusiano né alle atmosfere sognanti e ataviche della Trasavanguardia, in qualche misura trova una sintesi plausibile e affascinante tra le due colonne ideologiche, tra la passione per una materia che si fa enigma e la sofisticazione di un mito che si fa sola esplicazione possibile dell’ineffabile umano. Particolare e intensa, a tratti commovente, è la suggestione di ricondurre il suo lavoro alla casa di Giotto: impossibile non immaginare come curiosamente “masiniani” gli angeli che compiangono il Cristo Morto degli Scrovegni, nella gamma delle loro incredibili esagitazioni che si disfano nel blu del cielo.

In Masini la stessa passione che curva le schiene e tende i gesti, la stessa tensione al racconto attraverso l’immagine che si fa emblema del mito, e perfino la stessa tavolozza di azzurri eterei e profondi, o di carnali rossi e bruni, rimarcati di tracce rosse come pure era pratica dei mosaicisti di Bisanzio e di Giotto. Tra la carne e l’espressione dell’arte riformata di Giotto e l’immobile sofisticazione delle icone orientali, Masini presidia la giusta posizione di mezzo di un lucano, in cui anche l’umiltà contadina diviene materia epica.

MOTIVAZIONI DEL PREMIO

Nemanja Popadić, Knocking. Act II
Un’installazione che, riportando una pratica performativa, va oltre la documentazione per diventare undiorama brillante e tecnologico. Popadić concretizza e trasferisce un intenso senso di disagio nell’utilizzoasciutto ed elegante di espedienti di montaggio e sdoppiamento in una nuova dimensione spaziale.

Leandro D’Agnone, Senza titolo, 2019
Tra organico e inorganico, vitale e inerte, opaco e diafano, l’opera di D’Agnone esplora dimensioni potenziali e inattese in un blocco di marmo. Una sensualità scavata con fatica ma resa con felice naturalità, come a creare dal nulla il bozzolo monovalve di un enigmatico mollusco sconosciuto alla zoologia.

Léna Piani, Dora, 2019
Giocata su un inganno percettivo che appare a un primo sguardo divertente e innocuo, “Dora” si rivela in realtà un sottile strumento di elaborazione e catarsi: nella costruzione di una scena tramite l’immaginazione, palesa e rimedia all’insanabilità delle fragilità umane.

George Zouein, Maelstorm, 2015
Un paesaggio marino di notevole energia, che cita Turner e Gericault, ma anche la perturbante sospensione delle prime fotografie marine in doppia ripresa di Le Gray. Un drammatismo lirico in cui è il paesaggio stesso a farsi materia plastica per l’espressione di un sentimento.

Amir Zarezadeh, Teriage, 2018
Uno sguardo implorante lanciato fuori dal quadro e un urlo che si apre nel vuoto fino a disperdere i tratti somatici del soggetto, attraverso una materia grumosa, in un fondo nero e assoluto. “Teriage” convince per una potente concordanza del tema scelto con l’intensità e l’empatia di una tecnica originale.

Lila Kb, Climbing the Earth / Scalando la Terra, 2018
“Climbing the Earth” è un saggio delle abilità di Lila Kb nel gestire i toni e la materia della pittura in maniera originale. Una tecnica felice e non priva di contrasti che sa strutturarsi in un linguaggio personale, maturo e articolato.

Patricia Heuker Of Hoek, Dutch Girl Gwyn II, 2019
Patricia Heuker of Hoek utilizza le facoltà del digitale per orientare l’immagine del reale verso il registro dell’emblema: la sua “Duch girl”, illuminata di luce bianca, diventa come porcellana e di porcellana, fino a esprimere, sola di fronte a un obiettivo, una qualità universale dell’umano.

Fiona Nòve, Il Simbiosì, 2019
Nella dimensione digitale dell’indefinitamente possibile, Nòve mescola con notevole abilità compositiva registri e fonti diverse per giungere a scene popolate di apparizioni e fantasmagorie. La sua opera è un compendio di memorie, segni e suggestioni che restituiscono la Matera degli immaginari.

Ilaria Moscardi, Miscelazioni: Terre Di Forza, 2019
Ilaria Moscardi approda a una tecnica personale fatta di un confronto corporeo con la carta: dipinge con le dita, impasta con i palmi delle mani, segna, traccia e disegna con la fusaggine. Un universo mentale fatto di conflitti ambigui e insidiosi che spesso sfociano nella sensualità e nella carnalità.

Michele Barbaro, Polvere Nera, 2019
La fascinazione per gli scenari industriali dismessi diventa occasione imperdibile per sperimentare le sfaccettature di una traccia cromatica che si disfa insieme al proprio soggetto. Un’interessante prova di empatia che l’artista ingaggia con la scena.

Il direttore artistico di Porta Coeli Foundation Il presidente di Porta Coeli Foundation
dott. Donato Faruolo dott. Aniello Ertico

Mediterranean contemporary art prize

Fonte: Ufficio Stampa

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