Cultura Firenze

da sabato 23 Aprile 2022 a venerdì 1 Luglio 2022

Antinomia ardente la mostra personale di Jean Boghossian alla Galleria Il Ponte

La galleria Il Ponte prosegue la stagione espositiva in presenza con una personale dedicata a Jean Boghossian, artista libanese di origine armena. Vengono esposti tredici lavori, tra i quali carte – per la maggior parte – di medie e grandi dimensioni, e oggetti (tele, libri) trattati con fuoco e fumo, realizzati tra il 2011 e il 2021.

Il suo lavoro, basato sull’uso del fuoco e la trasformazione dei materiali impiegati attraverso di esso o i suoi effetti collaterali quali il fumo, le ceneri o anche i vuoti e i colori che esso rilascia o a cui si combina, è profondamente caratterizzato da un principio di assoluta antinomia – il binomio distruzione/costruzione.
Boghossian è uno dei pochi artisti a livello globale che sperimenta applicando fuoco e fumo a varie opere. Il fuoco è il suo linguaggio artistico prediletto e usa una vasta gamma di pennelli e torce come strumenti. ”La fiamma ossidrica, come il pennello, diventa l’estensione del mio braccio”.

“Da una certa distanza vedi l’aspetto magico generale del fumo, quando ti avvicini scorgi incredibili dettagli, linee come se fossero disegnate, pigmenti bruciati che formano un imprevedibile intreccio di vuoti e pieni” (cit.) Gli oggetti bruciati spesso includono vari mezzi quali tele, carta, libri, sedie, e dipinti, a volte lasciando dietro di sé modelli di perforazione, usando tecniche distintive e diverse.

“L’opera di Jean Boghossian è testimone dei nostri tempi, cattura i paradossi che ci circondano: la guerra e la pace, la ricchezza e la povertà, contrasti tanto divergenti e reali che si impongono ai nostri occhi. Come può allora un artista spiegare queste contraddizioni con il linguaggio mimetico, il linguaggio della metafora… L’artista può essere testimone della sua epoca con il linguaggio della sua epoca. Il linguaggio di Jean Boghossian da solo incarna questo mondo di contraddizioni e contrasti, creatore e distruttore insieme: è il fuoco. Addomesticato, il fuoco diventa forza creatrice, ridisegna l’armonia, scolpisce la bellezza, installa i suoi colori. Il fuoco produce e diffonde ciò che è più vivo nell’arte. Questo linguaggio, creatore e distruttore, significa la rinascita della bellezza, dell’arte, della pace, tutte qualità che l’arte ha sempre trasmesso… E’ quasi uno sciamano che restituisce la connessione tra il cielo e la terra, perché è collegato alla trasformazione della materia…E’ quasi un Alchimista. Non si può omettere che Jean Boghossian comincia con l’oreficeria. Lavora l’oro. L’oro è legato alla pietra filosofale, il pensiero, la sensibilità. l’intuizione contro la realtà.” (Bruno Corà, Jean Boghossian. Cessez le feu!)

Biografia
Jean Boghossian nasce nel 1949 ad Aleppo, Siria. Attivo dal 1975, l’artista, scultore e pittore libanese di origine armena, vive e lavora tra Beirut e Bruxelles, dove ha il suo studio. I suoi viaggi in Francia, Inghilterra, Svizzera e Italia sono molto frequenti. Boghossian è uno dei pochi artisti a livello globale che sperimenta applicando fuoco e fumo a varie opere. Il fuoco è il suo linguaggio artistico preferito e usa una vasta gamma di pennelli e torce come strumenti. Gli oggetti bruciati spesso includono vari mezzi quali tele, carta, libri, sedie, e dipinti, a volte lasciando dietro di sé modelli di perforazione, usando tecniche distintive e diverse.

Tra le mostre personali in spazi pubblici e privati, non solo europei, si citano “Burning”, Centro Mostre di Beirut, 2011; “A l’épreuve du feu”, Black Box/Galerie Guy Ledune, Bruxelles, 2012; “Tra due fuochi”, Centro Mostre di Beirut 2015; “Tracce sensibili”, Museo di Ixelles, Bruxelles, Febbraio-Maggio 2017; “Fiamma Inestinguibile”, LVII Biennale di Venezia nel Padiglione della Repubblica dell’Armenia, maggio-novembre 2017; “Unpredictable Horizons”, Ayyam Gallery, Dubai, “Building with fire”, L’Orient Le Jour building, Beirut, “Flamme intérieure”, Museum Ground, Corea del Sud, e “Rapsody in Red and Blue”, Galerie Pièce Unique, Parigi, 2018; “About Nature and Colors”, Galerie Valérie Tanit, Monaco, 2019; “Ritmo intenso”, Mandarin Oriental, Ginevra, 2020; “Antinomia ardente”, Galleria Il Ponte, Firenze, 2022. Tra le mostre collettive partecipa a “Vers la lumière”, Young museum of contemporary art, Corea del Sud, 2012; “Sonoro Visiva. Esperienze di confine linguistico”, Museo Archeologico di Atina e della Valle di Comino “G.Visacchi”, Atina (FR), 2015 (insieme a B. Bassiri, G. Chiari, J. Kounellis, D. Lombardi, R. Ranaldi, C. Rea); “1914-1918: Not then, Not Now, Not Ever!”, Bundestag Tedesco, Berlino, 2018 (insieme a T. Cragg, A. Kapoor, H. Nitsch, K. Smith).

Jean Boghossian è anche presidente della Fondazione Boghossian, fondata nel 1992 dal padre Robert e dal fratello Albert, gioiellieri libanesi di origini armene. Dopo aver completamente rinnovato Villa Empain a Bruxelles, la Fondazione Boghossian stabilisce in Belgio la sua sede centrale nel 2010.

JEAN BOGHOSSIAN
Antinomia ardente
Galleria Il Ponte – Firenze

Periodo: 23 aprile – 1 luglio 2022

a cura di: Bruno Corà

inaugurazione: sabato 23 aprile, h 17:00

Catalogo:
Jean Boghossian, Antinomia ardente
a cura di Bruno Corà, ed. Gli Ori, Pistoia, 2022
L’Hotel Savoy a Firenze, in contemporanea, presenta un piccolo nucleo di opere recenti.

Jean Boghossian: Antinomia ardente in bianco e nero

Bruno Corà

In questa sua mostra personale in Italia, a Firenze, presso la Galleria Il Ponte, Jean Boghossian presenta un repertorio di opere che hanno una chiara valenza sintetica di uno degli aspetti ricorsivi della sua opera generale; essa infatti è assai più articolata e una sezione di questa pubblicazione documenta specificamente anche altri esempi le cui immagini di forme, colori e spazi è stato pur possibile conoscere attraverso opere omologhe in occasione della 57a Biennale di Venezia del 2017; l’artista di origine armena fu infatti invitato a rappresentare, con una propria vasta mostra retrospettiva antologica delle sue opere, l’arte della Repubblica di Armenia presso il Collegio armeno Moorat-Raphael, in Palazzo Zenobio, e nella Chiesa degli Armeni nel Sestriere di San Marco a Venezia.

Dopo cinque anni da quel significativo episodio compendiario, la mostra di Firenze consente un approfondimento conoscitivo con alcune opere che mettono in risalto la predominante del denominatore comune cromatico basato sulla antinomia bianco-nero delle elaborazioni su carta o su tela.

Il particolare di tutte le opere esposte è che esse sono eseguite mediante l’impiego del fuoco e del fumo che, pertanto, in conseguenza degli effetti delle combustioni attuate sui supporti delle opere, dota i singolari lavori dello ‘sfumato’ prodotto dalla fuliggine, talvolta con una gamma di grigi graduati, talvolta con sottili zone brunite, in prossimità delle lacerazioni prodotte dall’azione combustiva della fiamma.

In questa città, la scelta compiuta di tali opere, vuole essere implicitamente anche un omaggio alla modalità leonardesca dello ‘sfumato’ ancorché ottenuto col fuoco e non con colori come quelli usati dal genio di Vinci.

L’episodio fiorentino, infatti, si offre allo sguardo con un esplicito quanto virtuale invito ad “entrare nell’opera”. Il primo lavoro che si incontra negli ambienti della galleria è Entrèe dans la toile, 2018-2022 (cm 230 x 280 x 400), installazione di ben dieci tele collocate in sequenza, elaborate mediante combustione e fumo come il grande foro che le attraversa tutte creando una sorta di tunnel. E’ un’opera-ambiente, quella ideata e realizzata da Boghossian, che, provocatoriamente, sollecita il visitatore a fare l’esperienza metaforica dell’entrata nell’immagine fisicamente e quindi nell’arte stessa dell’artista.

La versione realizzata per Firenze richiama analoghe sue strutture concepite in occasione della mostra “Building with fire” nell’edificio distrutto del giornale quotidiano “L’Orient – Le Jour” a Beirut nel 2018 e, in seguito, della mostra “Cessez le feu!” presso il Palais des Nations di Ginevra nel maggio 2019 e, infine, dell’antologica “Flamme intérieure” nel Woogan Museum of Contemporary Art, in Corea, nel novembre 2019.

L’esposizione al Palazzo delle Nazioni Unite con il suo titolo sembra un’intimazione premonitrice di questi drammatici tempi attraversati dalle crisi afgane, libanesi e russo-ucraine, con la particolarità che il monito viene da un artista che opera col fuoco, ma per costruire un elaborato artistico e non per distruggere città e vite umane.

Ancor prima, dunque, di accompagnare la visione delle altre opere in mostra con alcune osservazioni e sviluppare su di loro alcune considerazioni relative al linguaggio dell’artista, che da numerosi anni vive tra il Libano e il Belgio, non sembrano superflue talune premesse che ne configurino il terreno d’azione, ormai acquisito attraverso una intensa sperimentazione. Tale infatti è, da almeno tre lustri, l’attività pubblica pittorico-plastica di Boghossian, dopo un lungo tirocinio di studi artistici e di un esercizio nelle arti applicate, in particolare nel settore dell’ornamento del corpo.

Sperimentalismo, ricerca, non eclettismo.
Un apparente diffuso empirismo sembra dominare la sua opera insieme a un’attitudine sperimentale che operativamente si estende entro differenti ambiti espressivi e linguistici senza dimostrare di nutrire preferenza per qualcuno di essi; oltre alla scultura in legno, in bronzo e in polistirene, ai disegni, agli acquarelli, alla pittura a olio e ad acrilico, alle tecniche miste, al collage e al décollage e a una serie di altre modalità da lui create negli ultimi anni si è andata affermando tra tutte queste modalità anche quella dell’impiego sistematico, e in differenti modi, della fiamma rivolta ai più svariati supporti, spesso mediante diversi tipi di chalumeaux o altri strumenti emittenti il fuoco e atti a produrre combustioni, affumicamenti e nuovi effetti del suo potere trasformativo.

Una prima e più naturale considerazione riguarda la complessità dell’azione di Boghossian, unita a un investimento di energia davvero considerevole. La seconda è rivolta alla quantità di differenti esiti sperimentali che si rilevano nelle sue opere. Infine, va considerata l’obiettiva ampia conoscenza dei linguaggi della contemporaneità che di fatto gli consente di elaborare molte esperienze ‘storiche’, ponendole al vaglio di una verifica delle proprie esigenze, individuando in talune di esse il varco idoneo ad affermare la propria cifra linguistica.

Questo aspetto elaborativo di nuove forme da individuare nel caos e nella casualità dei fenomeni, sia naturali che culturali, spinge l’azione di Boghossian nella duplice tensione di sintesi creativa distruttivo-costruttiva che ha già caratterizzato l’opera di alcuni maestri che lo hanno preceduto, come Burri e Fontana, ma anche come Pollock o De Kooning o Klein e Kounellis o Arman e Parmiggiani.

La realtà che sembra interessarlo è quella che scaturisce da un lavoro radicale dell’arte per portarsi sempre più vicino alla fonte dei processi autocognitivi.
La partita che Boghossian ha intrapreso non riguarda obiettivi meramente pragmatici quanto di raggiungimento del più profondo grado di libertà, nell’attuazione di un destino individuale che ha scelto l’arte per realizzarsi.

Qualcuno lo ha già voluto definire the fire artist per l’attitudine prevalente nella sua azione pittorica di far uso della fiamma per trasformare ed elaborare l’immagine da ottenere spesso con materiali eterogenei.

Si comprende pertanto e si motiva anche l’intensità della sua azione odierna, febbrile e proteiforme, all’insegna di una sperimentazione costante, rivelatrice di una ricerca ansiosa di individuare e trovare nuove forme da conquistare nella creazione di una koinè linguistica che privilegia i processi elaborativi piuttosto che i risultati, avvertendo nei primi tutto il fascino dell’alea, sovente veicolo di scoperta.

Uscendo dagli schemi accademici, pertanto, Boghossian abbraccia l’astrazione e lo ‘sfumato’. Il salto nell’astrazione segna parimenti la scoperta della gestualità pittorica, la quale, insieme a quanto già appreso, lo incoraggia a esercitare ogni prassi basata sull’opposizione dualistica della realtà e dell’esperienza in essa.
L’instabilità atmosferica ed emozionale da lui percepita nella pittura di Willliam Turner, amata e studiata nei paesaggi marini, nell’aria e nella luce dei quadri dell’inglese lo attrae non diversamente da quanto lo interessi la composizione e la distruzione della figura col gesto e col colore della pittura di Willem De Kooning o gli antinomici dipinti di Gerhard Richter, nella fase delle sfocature a base fotografica o negli abstract paintings realizzati con l’impiego di grandi racle, dagli anni Ottanta all’attualità.

Con il congedo dalla tecnica artigianale orafa da lui pur esperita, l’iniziazione alla pittura e, in seguito, il salto nell’astrazione si esaurisce in Boghossian anche l’inclinazione verso ogni tipo di certezza dogmatica, tanto nelle vicende esistenziali quanto in quelle dei processi del linguaggio artistico.
Nella sua pittura l’avvio dell’astrazione appare come una scelta idonea ad avvicinarlo al maggior grado di affrancamento da ogni vincolo, verso una dimensione dove la nuova esigenza appare quella di dare vita a una lingua propria, da cui far venire alla luce la forma specifica della sua arte. Siamo nell’inizio degli anni Duemila.

Con assiduità quotidiana e ossessività poetica egli si avventura in sentieri che talvolta si chiudono su se stessi, esaurendo la sperimentazione, mentre in altri casi si rivelano come strade praticabili se non addirittura quali vere e proprie vie da percorrere rapidamente e con esiti felici. Tra queste ultime si sono osservati numerosi lavori fortemente caratterizzati da sistemi di pieghe.

Un sentimento di continuità
Nella piega delle tele (2014) e delle successive carte compiute da Boghossian si esprime un ‘principio di continuità’ che si deve immaginare infinito anche se in ogni tela lavorata dall’artista si osserva una misura finita. In ogni tela sembra configurarsi l’insieme dei meandri di un labirinto in cui i dedali non presentano angoli ma conclusioni di ognuno nell’altro, con linee spezzate e curve.

Le inflessioni delle pieghe nel loro contraddittorio e ambiguo sviluppo spaziale evocano la funzione della forma barocca. Secondo Deleuze «L’inflessione è una idealità o virtualità che non esiste attualmente se non nell’anima che l’avviluppa».

Ma alle pieghe delle tele della prima produzione di opere all’inizio del 2014 Boghossian fa seguire quelle realizzate con le carte, sulle quali il gesto ha cercato un’articolazione di superficie più geometrica intervenendo con il fumo e la fiamma.

In esse si distinguono alcune soluzioni di pieghe ‘a ventaglio’.

Si può intanto ragionevolmente pensare che l’elemento formale che guida il pensiero di Boghossian sia tanto quello che sottende l’infinità virtuale della piega, quanto il variegato impulso sperimentale che sospinge l’azione di Boghossian e che egli considera come condizione ideale del suo modo operativo.
Un medesimo sentimento di continuità sembra dunque protendere sia le pieghe che la sua stessa azione artistica.

Un’ulteriore articolazione della ricerca di Boghossian basata sulla piega può essere individuata nella vasta produzione da lui rivolta alla forma libro, sia quando esso è investito dalla pittura, sia quando è composto mediante pagine trattate a fuoco e fumo o con pigmento e realizzate separatamente e poi rilegate in volume; in ogni caso, quando il libro è totalmente aggredito da Boghossian con la fiamma però non è mai distrutto anzi, al contrario, conservato e salvato come opera d’arte, mediante l’azione combustiva.

«Je pense sûrement que le feu détruit et que détruisant, j’assaye j’essaye quand même de construire … Mais le feu aussi c’est un des quatres éléments, une source d’énergie … Sans le feu, les éléments ne se mettent pas en place et les volcans n’agissent pas, les pierres précieuses ne se créent pas … sans le feu il n’y a pas de reaction réaction chimique qui permet une évolution de la vie … Donc le feu est hyper important … Le feu avec la terre déjà cela devient de la matérialité dans la création du monde.»

Nonostante l’attitudine al cambiamento e alla ricerca costante, anche nell’opera di Boghossian si possono riconoscere alcuni modi e morfologie che la distinguono da quella di altri artisti rendendola identificabile. Ciò è dovuto tanto all’impiego dei mezzi da lui considerati nell’azione pittorica quanto alle specifiche soluzioni formali suscitate dal suo lavoro. È evidente, ad esempio, che la combustione ripetuta si manifesta come un’intenzione distruttivo-costruttiva che non rinuncia a un nuovo ordine talché si definisce entro ritmi ed equilibri presenti anche in altre esperienze da lui affrontate.

Come nelle “Combustioni” di Burri, in analogo modo l’azione di Boghossian, articolata secondo le proprie esigenze, pulsioni e attitudini, libera talune caratteristiche che gli appartengono.

«Il fuoco suggerisce il desiderio di cambiare, di affrettare il tempo, di portare tutta la vita al proprio compimento …». (Bachelard).
Se il fuoco nel suo “divenire rapido” si è imposto inconsciamente nel suo immaginario come la sostanza e il mezzo che più di altri era in grado di attuare “il desiderio di cambiamento”, non sorprende che, appena maturata in Boghossian la decisione di compiere il salto dell’abbandono delle arti applicate, tutto il proprio tempo sia stato rivolto all’azione artistica in cui il fuoco è tornato protagonista. Si tratta di una sorta di catabasi, poiché l’uso che Boghossian fa della fiamma continua ad avere sottili legami con le sue precedenti esperienze orafe nel plasmare e trasformare la materia aurea.

L’uso del fuoco e del fumo
Nel panorama artistico europeo, pioniere indiscusso dell’impiego della fiamma nell’elaborazione delle opere su supporti a base sia di tela di sacco, sia di legno, di plastica o carta, è Alberto Burri, di cui si osservano le prime esperienze in tale tecnica degli anni 1952 e 1953, fino a una compiuta elaborazione dagli anni 1957 in poi.

La ricerca dell’ “equilibrio nel controllo dell’imprevisto” attuata da Burri nella sua arte sembra essere il più diretto riferimento attrattivo per gli interessi di Boghossian nel rapporto con la casualità e con l’instabilità del processo pittorico combustivo. Non diversamente ai fini della declinazione linguistica di Boghossian possono essere state interessanti le esperienze di Calzolari, Parmiggiani, Kounellis e altri artisti europei che hanno iniziato a operare con il fumo come effetto della fiamma sin dagli anni ’60-’70 lasciando tracce di nera fuliggine e in seguito di vari oggetti delineati dal fumo sulle tavole, sulle tele e perfino sui muri.

L’uso della fiamma e del fumo, a partire dal 2010 sino all’attualità, porta Boghossian a realizzare esperienze con tecniche miste e opposte come l’affumicamento e la pittura acrilica policroma o l’affumicamento e l’acrilico monocromo (“tableaux brûlées et peinture”) oppure la pittura su tela di tipo simultaneamente segnico e gestuale (“canvas clash”). Inizia altresì ad articolare la fiamma sulla carta e sulle tele ottenendo sia zone affumicate che zone combuste con la perforazione del supporto (“papier brûlée e tableaux brulèsbrulés”). Successivamente accompagna i pigmenti alla tela bruciata.(“canvas brûlé et pigments”, 2010-2015).

Approfondisce l’esperienza delle pieghe con una diversa fase dedicata alla piegatura della carta e della tela in fase di elaborazione della pittura, stavolta compiuta per lo più con l’ausilio della fiamma. Questo gruppo di esperienze è databile tra il 2010 e il 2015 (“toiles pliées et brulées”).

Tutte le esperienze pittoriche sembrano voler convergere verso l’elemento fecondatore della fiamma che ormai attraversa quasi tutta la sua azione, costituendo in tal senso un denominatore comune distintivo di questi anni.

Opere 2011-2015 e 2019-2021
Questa mostra personale di Boghossian, come accennato, esibisce dunque uno scelto nucleo di opere che, in modi diversi, risulta emblematico della sua produzione sia degli ultimi anni (2019-2021) – trascorsi durante l’imperversare di sensibili eventi per lui drammatici, dalla ripresa di violenti episodi destabilizzanti la vita civile in Libano, uno dei paesi di residenza di Boghossian, alla pandemia da Covid 19 – sia dei precedenti anni 2011-2015 germinali e felici nella messa a punto del suo linguaggio ignico.

Proprio a partire dalle tre tele del 2011 presenti in mostra, si lascia apprezzare una narrazione di elementari esiti combustivi dovuti all’invenzione di una tecnica personalissima ideata da Boghossian e gestita con misurata armonia sulle diverse estensioni di superfici pittoriche. Nell’Untitled, 2011 (cm 190 X 235, combustione e fumo) l’intervento dell’azione ignea è calibrato e alternato a quello della fuliggine. Entrambe le sollecitazioni sviluppano una sintassi di tracce equamente distribuite in cui gli elementi lessicali si manifestano con una incisività minimale, mai diffusa in modi accentuati o con prevalenza di un’aggregazione segnica su un’altra. Si ha la percezione di una spazialità in estensione dove agiscono più forze ma come parte di una più ampia sorgente di energie. Si potrebbe richiamare ad esempio quella analoga ricchezza di elementarità segnica multipla e priva di gerarchia osservata nelle opere di Mark Tobey, soprattutto nella tempera Point of Light del 1961. Allo stesso modo in cui per la Untitled 2011 (cm 73 X 110) di Boghossian, con la concentrazione circolare delle micro combustioni nella zona centrale della carta si può richiamare ugualmente l’altra precedente tempera di Tobey dal titolo Misterious Light, 1958. In entrambe le opere di Boghossian la spazialità reca una evidente rarefatta interna vitalità segnica che in Tobey appare più accentuata fino a divenire densità.

Diversa è invece la terza Untitled, 2011 (cm 73 X 110), anch’essa combustione su carta, in cui Boghossan ha però polarizzato in più punti le microcombustioni e anche le lacerazioni prodotte dalla fiamma che sono decisamente più vistose.
Ad altra modalità facente sempre uso del fumo è ricorso Boghossian nell’elaborare le opere Untitled, 2015 (cm 72 X 106, combustione e fumo su carta) e Untitled, 2020 (cm 130 x 200, combustione e fumo su tela). Entrambe sono state da lui preparate con delle pieghe e le inflessioni sono state investite di combustioni e impronte di fumo che hanno determinato immagini fortemente dotate di una ritmica estesa, secondo quel principio di ‘continuità’ già suggerito e spesso presente nel lavoro di Boghossian.

La grande tela Untitled, 2019, oltre all’impiego della fiamma e del fumo per una sua diversa qualità ritmica, reca anche una stesura di acrilico che consente allo ‘sfumato’ una valenza di graduale diffusione spaziale.

Gemelli come due pianeti, pervasi dalle ceneri del fuoco ma anche dall’inserimento di particelle cromatiche policrome, i due Untitled, 2021 (entrambi di cm 175 x 175) formalizzano nelle circolari composizioni una texture tanto caotica quanto segretamente ricca di promesse, come una coltura biologica. Le lacune diagonali che Boghossian ha ricavato in una delle due tele conferiscono all’immagine un aspetto atmosferico suggestivo come quello degli anelli attorno a Saturno! Decisamente appartenenti al repertorio di quelle opere di Boghassian da lui definite “Saved Books” o “Phoenix”, per la proprietà che hanno i suoi libri bruciati e al contempo salvati dalle fiamme in extremis, sono i due Untitled, 2020 e Untitled, 2021. Se il primo (cm 36 X 61 x 13) integra alla combustione un intenso color blu, il secondo, munito della sola colorazione delle bruciature delle pagine, è aperto e posto verticalmente sul piano ostentando il ‘caput mortis’ montato su una bilancia, intervento dell’artista che rende più complessa e simbolicamente dotata la morfologia di quell’assemblaggio.

Ma la mostra annovera anche un ultimo, non meno emblematico, lavoro di Boghossian, l’Untitled, 2013. Esso si direbbe residuale effetto di quell’idioma del fuoco e del fumo che anima gran parte della pittura dell’artista armeno. Eppure quest’opera è meno essoterica di quanto appaia, nel senso che essa conserva nel suo DNA una memoria multipla; deposito attivo che dialoga con immagini proto-poveriste e concettuali come quelle del Paolini del Senza titolo, 1961 (telaio con barattolo di cotone avvolto nel cellophane) o del Delfo,1965 (telaio con dietro la foto dell’artista nascosto dalle assi della crociera) o come quelle del Vasco Bendini di Ombre prime, 1966.

Tra i numerosi fattori che distinguono tuttavia l’opera di Boghossian da quella dei due artisti italiani, insieme alle concezioni e alle diverse temporalità, si devono considerare i differenti percorsi compiuti da ciascuno, con processi ideativi rispondenti a esigenze del tutto singolari. Quelle di Boghossian, sviluppatesi nel corso degli anni, sono condizioni venutesi a determinare nella triangolazione di tre luoghi cruciali – Aleppo, Yerevan, Beirut – entro i quali si è forgiata l’odisseica avventura esistenziale che gli consente oggi di dichiarare «Io entro nella mia pittura di fuoco e ne esco, alla fine, liberato».

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Fonte: Ufficio Stampa

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